Archive for the ‘Storia’ Category

Scoperta a Montecchio una lunetta federiciana datata 1223. Per il sindaco Bioli “una ricchezza per la città”

19 settembre 2017

lunettaUna lunetta federiciana inedita, datata 1223 e raffigurante Federico II di Svevia che
riceve lo scettro gigliato dalla madre Costanza d’Altavilla, è stata scoperta da Carlo Bizzarri sul portale della chiesa di San Bartolomeo nel castello di Montecchio. Fatta oggetto di una pubblicazione a stampa, presentata questa mattina nella sala Fiume di palazzo Donini alla presenza del sindaco di Giano dell’Umbria Marcello Bioli, dell’Onorevole. Giampiero Giulietti, dell’assessore alla Cultura della Regione Fernanda Cecchini e del consigliere regionale Giacomo Leonelli, la scoperta rappresenta un fatto importante per il territorio e, soprattutto in virtù delle particolarità della rappresentazione, per la storia dell’Umbria. (more…)

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PALAZZO CESARONI: IL 23 GIUGNO DEL 1977 VENIVA INAUGURATA LA NUOVA SEDE DEL CONSIGLIO REGIONALE DELL’UMBRIA

22 giugno 2017
porzi-donatella

Donatella Porzi

PRESIDENTE DONATELLA PORZI: “DA 40 ANNI, È LA ‘CASA’ DI TUTTI I CITTADINI UMBRI”

Il 23 giugno del 1977 Fabio Fiorelli e Pietro Conti, primi presidenti del Consiglio e della Giunta della ‘giovane’ Regione Umbria, con i consiglieri e gli assessori, alla presenza delle principali istituzioni regionali, nella Sala Brugnoli, inauguravano ufficialmente
Palazzo Cesaroni, nuova sede del Consiglio Regionale  dell’Umbria. (more…)

L’EREDITA’ FRANCO – CAROLINGIA NELLA PERSONALITA’ DI FRANCESCO

25 novembre 2016
diegodi Francesco La Rosa
Alberto Morresi, direttore del Centro Studi San Claudio introduce in anteprima su Goodmorning  Umbria la conferenza “L’Eredità Franco-Carolingia nella personalità di Francesco” organizzata dal Centro Studi San Claudio in collaborazione con la Società Culturale “Arnaldo Fortini” che ospita l’evento presso Palazzo Vallemani in Assisi.
1) Che cosa significa dirigere il Centro Studi San Claudio?
E’ piacevole perché ci si trova in mezzo a gente appassionata del proprio territorio e affascinata dalle teorie di Giovanni Carnevale che danno nuovo lustro all’area Picena.

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NUOVA SOCIETA’: ANNIBALE ALLE PORTE

13 giugno 2016

annibaleLa storia serve ad educare l’anima di un popolo”

Si avvicina la data del 21 giugno e nello stesso giorno del 217 a.C. in una località imprecisata, situata tra il territorio di Tuoro sul Trasimeno e Monte del Lago,  entrambi in provincia di Perugia, si svolse una battaglia fondamentale per lo sviluppo delle relazioni burrascose tra Cartagine e Roma durante la seconda guerra punica per il predominio politico e militare sul mar Mediterraneo. La storia, soprattutto narrata da due celebri storici romani, Polibio e Tito Livio, riporta, enfatizzandoli, molti particolari dell’evento, disastroso per Roma, e da quei resoconti (more…)

Ritorno al passato, Braccio e la rievocazione storica

28 febbraio 2016

Venerdì 4 marzo 2016 ore 16,30

Perugia p. Italia 2 

Sala Brugnoli di Palazzo Cesaroni

Perugia 1416 tra storia e folclore

coordina Renzo Massarelli

intervengono Enrico Vaime, Attilio Bartoli Langeli, Giancarlo Baronti ,Fabrizio Bracco

 

TANTI TIFERNATI PER OLGA E CLARA. UN INCONTRO IN MEMORIA DELLE SORELLE MARIANI

13 febbraio 2016

olgaTanti tifernati nella sala del consiglio comunale di Città di Castello per l’iniziativa promossa dal comune in memoria di Olga e Clara Mariani, “due concittadine benemerite” ha detto il sindaco Luciano Bacchetta, sottolineando come “tanta partecipazione sia il tributo più significativo alla nobiltà del gesto compiuto e coinvolgeremo tutta la comunità tifernate sulla scelta di quali destinazioni interpretino meglio le volontà testamentarie e producano effetti di più lungo periodo nel benessere della città, che va misurato sulle condizioni dei suoi segmenti più fragili o vulnerabili, come Olga e Clara ci suggeriscono”. (more…)

Todi: Fai mira al recupero della medievale fonte di Submuro, detta anche “dei Rognosi”

30 ottobre 2015
La Fonte dei Rognosi

La Fonte dei Rognosi

Festeggia un anno di attività il gruppo tuderte del Fondo per l’Ambiente Italiano, meglio noto come FAI, il cui scopo principale è puntare i riflettori sui monumenti meno noti e solitamente chiusi al pubblico e permetterne la visita in determinate occasioni.
La prima iniziativa organizzata dal Gruppo FAI locale è stata la Faimarathon 2014, manifestazione di cui si è appena conclusa l’edizione 2015, coronata da un grande successo.
In attesa dell’appuntamento con le “Giornate FAI di Primavera”, che lo scorso anno sorpresero per numero di partecipanti, il gruppo non rimane con le mani in mano e, anzi, alza la mira promuovendo il recupero di un bene rimasto fino ad oggi completamente sconosciuto (nella foto-composizione come si vedrà, lungo la via di Mezzomuro, la fontana una volta recuperata). Si tratta della medievale fonte di Submuro, detta anche “dei Rognosi” per le proprietà curative attribuite alle sue acque per problemi di tipo dermatologico. (more…)

Alla scoperta dei borghi storici di Perugia: Il lebbrosario di Collestrada

25 luglio 2015
l'antico ospedale dei lebbrosi poi ricostruito  nel XVI secolo dall'Ospedale della Misericordia e oggi conosciuto come "Ospedalone di San Francesco"

l’antico ospedale dei lebbrosi poi ricostruito nel XVI secolo dall’Ospedale della Misericordia e oggi conosciuto come “Ospedalone di San Francesco”

Il lebbrosario di Colle venne fondato dal Comune di Perugia  probabilmente  dopo il 1209, anno dell’acquisizione del territorio suddetto da parte di Perugia che lo aveva ottenuto da Assisi, ma prima del 1216, anno in cui  evidentemente già esisteva, almeno in parte, visto che è nota la vicenda per cui vi si sarebbe fermato a pernottare Francesco nel suo viaggio di ritorno da Perugia dove aveva incontrato Onorio III per la concessione dell’indulgenza della Porziuncola, meglio conosciuta come il Perdono di Assisi.  A tutt’oggi  i primi sicuri riferimenti documentari sembrano essere quelli relativi al priore, forse il primo avuto dall’ospedale, provenienti rispettivamente da un documento dell’archivio capitolare perugino del 1224 e da un altro del monastero di Sassovivo della primavera del 1228. Dopo questa data, le pur scarne tracce della sua esistenza si susseguono con una certa parvenza di rarefatta regolarità, sebbene sia assolutamente evidente la totale assenza di un qualsivoglia archivio a lui riconducibile, che pure doveva essere esistito. Fortunatamente, sopperisce in parte l’ente patrocinatore, ovvero lo stesso Comune, ed è tra i documenti di sua pertinenza che qua e là, tra una rubrica statutaria e una delibera consiliare, un fascicolo contabile e una lettera pontificia, emergono pochi ma importanti lacerti a cominciare proprio dalla normativa che il Comune dedica espressamente all’ hospitale de Colle nel 1279. Nel corpus statutario è infatti ricompresa, la rubrica n. 416 dall’eloquente intitolazione: «Qualiter potestas et capitaneus teneantur manutenere et defendere res et bona leprosorum de hospitali de Colle». (more…)

Don Ottavio Posta , parroco dell’Isola Maggiore ,testimone d’amore e di coraggio

28 gennaio 2015
Don Ottavio Posta

Don Ottavio Posta

Una bella storia , commovente e fonte di riflessione e tutto un paese che si mobilita per raccontarlo : è accaduto ieri a Passignano Sul Trasimeno.

Un evento che nasce lontano ,quando il prof. Gianfranco Cialini appassionato bibliofilo e ricercatore dell’Università di Perugia sente parlare dal dr. Gustavo Reichenbach di un salvataggio di ebrei durante l’ultima guerra al lago Trasimeno.

Rintraccia discendenti dei protagonisti di questa vicenda e trova un testimone e attore della vicenda Agostino Piazzesi e conosce quindi la storia di prima mano che ruota attorno ad una nobile figura , quella del parroco dell’Isola Maggiore negli anni della guerra .

Don Ottavio Posta, nativo di Passignano sarà parroco all’Isola dal 1915 fino alla sua morte nel 1963.

...

Persona altruista, umile e generosa spese la sua vita tra gli umili pescatori del luogo spogliandosi dei suoi beni per contribuire alla costruzione dell’Asilo Infantile di Passignano e per soccorrere le necessità dei suoi parrocchiani più poveri.

Ma l’episodio che della sua vita viene rievocato è quello successo nel giugno del 1944.

In piena guerra il lago pullulava di tedeschi in ritirata sotto la spinta degli Alleati che risalivano la penisola. Un gruppo di ebrei era stato confinato sull’Isola al castello Guglielmi e  era fondato il rischio che nella ritirata li portassero con sé per internarli nei campi di concentramento dai quali solo una piccola parte sarebbero sopravvissuti.

Ma gli Alleati erano arrivati a Sant’Arcangelo  sull’altra sponda del lago . (more…)

HOTEL BRUFANI E CARCERI:GENTE CHE VA, GENTE CHE VIENE

21 gennaio 2015
Andrea Maori

Andrea Maori

Venerdì 23 gennaio 2015 alle ore 21 conferenza presso la sala Santa Chiara di Via Tornetta 7 (adiacente al parcheggio Pellini) organizzata dall’Associazione ricreativa culturale Porta Santa Susanna.

A partire dalle leggi razziali del 1938 e dall’approssimarsi della guerra, il fascismo introdusse nuovi sistemi coercitivi che andavano dall’internamento libero per i sudditi stranieri di paesi nemici ai campi di concentramento, ad una stretta verso i detenuti e gli “alienati”, cioè le persone rinchiuse nei (more…)

Ubaldo dei Guelfoni da Costacciaro, IL PRIMO ABATE DI FONTE AVELLANA

1 dicembre 2014
Euro Puletti

Euro Puletti

(“Humbaldus Abbas, 15 Febbraio 1325)

Nel volume settimo delle Carte di Fonte Avellana (Ettore  Baldetti, curatore, Fonte Avellana 2000) si parla ripetutamente, in ben sei documenti (C.F.A. Vol. VII, 1868, 1869, 1870, 1871, 1874 E 1875), di un certo ragguardevole monaco di nome Ubaldo. Del Padre benedettino, volta a volta indicato come “Ubaldus”, “Hubaldus”, “Humbaldus”, non viene, però, citato il cognome. Il Padre avellanita Ubaldo fu, (more…)

STREGONERIA IN UMBRIA: LA STREGA MATTEUCCIA DA RIPABIANCA

3 settembre 2014

matteucciaIl  20 Marzo ricorre l’insolito anniversario della messa al rogo di Matteuccia, strega tuderte condannata ad essere arsa viva dal tribunale laico della sua città. Correva l’anno 1428, quando gli abitanti di Todi – nel giorno che precede l’equinozio di primavera – venivano scossi dalle strazianti urla di una donna, legata mani e piedi su di una pira alla quale il Capitano della città aveva appiccato il fuoco.

Se Matteuccia avesse potuto immaginare che oggi, a una dozzina di giorni di distanza dalla sua crudele esecuzione, si celebra la festa della donna, sarebbe rimasta alquanto sconcertata dall’ironia che traspare dalla vicinanza di queste due date. Se poi avesse saputo che negli anni ’90 – in base ad un autorevole ricerca universitaria – Todi sarebbe stata definita “la città più vivibile del mondo”, di certo avrebbe avuto qualcosa da obiettare, al riguardo. Ma da allora, ne è passata di acqua sotto i ponti. E – d’altro canto – anche per noi è difficile credere che la splendida e tranquilla città di Todi sia stata un tempo teatro di tali atrocità. Ma è tutto vero. (more…)

Todi: Concerto della Banda dell’Arma dei Carabinieri in occasione delle celebrazioni per i 200 anni dalla fondazione.

22 luglio 2014

BANDA-DEI-CARABINIERI

1814 – 2014

Todi 24 luglio ore 21

piazza del Popolo

Con i suoi 102 componenti accuratamente selezionati, la Banda dell’Arma dei Carabinieri ha la competenza artistica per interpretare le più celebri composizioni.
Il ricchissimo repertorio si estende dalle tradizionali marce militari ai più apprezzati brani classici, senza trascurare la musica contemporanea. (more…)

CITTA DI CASTELLO: SARANNO RICORDATE LE CINQUE VITTIME DELL’ECCIDIO DI MELTINI

14 luglio 2014

???????????????????????????????Si avvicina martedì 22 luglio, giorno in cui Città di Castello ricorderà i settanta anni della Liberazione dall’esercito nazifascista e proseguono le commemorazione degli eccidi civili, che drammaticamente accompagnarono il passaggio del fronte sul territorio: “Lo stillicidio di vittime civili è iniziato a marzo con la strage di Villa Santinelli e termina a Meltini, vicino al Tevere che (more…)

2014, duecento anni dalla fondazione dell’Arma dei Carabinieri

14 luglio 2014

13 Luglio 1814 – 13 luglio 2014 200 anni di dedizione e fedeltà


car
Il re di Sardegna, Vittorio Emanuele I di Savoia, firma il decreto di costituzione del ” Corpo dei Carabinieri Reali “.
Un corpo di élite, dislocato in ogni angolo del Regno e con le più ampie competenze in materia di sicurezza interna ed ordine pubblico.
Primo presidente capo, è nominato il generale d’Armata Giuseppe Thaon di Revel di Sant’Andrea.

Revel

Giuseppe Thaon di Revel

I ” Carabinieri “, il cui nome deriva dall’arma in dotazione, la ” carabina “, fin da subito sono facilmente riconosciuti dalle divise, dai famosi alamari color argento, dalla fiamma e da altri elementi che si sono aggiunti e modificati nel tempo, tutti particolarmente simbolici.
Immutabili invece i principi basilari del corpo : coerenza nel servire, fedeltà, coraggio, fiducia, lealtà e senso etico del vivere.

Loris Accica

SLEEPING BEAUTY. Il Caso di Rosalia Lombardo, la piccola mummificata a Palermo

15 giugno 2014
Rosalia Lombardo in una Fotografia di William Allard - National Geographic

Rosalia Lombardo in una Fotografia di William Allard – National Geographic

Un itinerario alternativo per turisti, visitatori e vacanzieri che si trovano a Palermo è il Convento dei Cappuccini, noto in tutto il mondo per la presenza nei sotterranei di innumerevoli catacombe . Le gallerie furono scavate alla fine del ’500 e formano un cimitero di forma rettangolare. Un inventario dettagliato delle salme mummificate non esiste, anche se si è calcolato che all’incirca raggiungono le 8.000.
La visita inizialmente risulta un po’ inquietante, ma il trovarsi faccia a faccia con questi cadaveri ci da molto spunti per riflettere sulla caducità della vita e per meglio comprendere l’idea di morte che nobili e clero siciliani avevano di se stessi e dei loro destini.
Il National Geographic, ritenendo il sito di notevole importanza sotto il profilo storico-medico, ha finanziato il progetto Mummie Siciliane per studiare i dettagli su come si viveva e si moriva sull’isola tra il XVI e il XX secolo. (more…)

I RIVOLTANTI ROMANI Quello che nessuno ha mai osato raccontarvi

30 settembre 2013

narniPercorso tematico per famiglie alla scoperta dei particolari più terrificanti dell’antica cultura romana.

Rivoltante cronologia, origini incredibili, esercito diabolico, delitti e castighi, nefasti nemici e rovinosa infanzia….tutto questo per vivere insieme il museo della città di Narni.

Biglietto di ingresso gratuito – attività gratuita su prenotazione

INFO: Museo Eroli Tel 0744 717117

Ottobre 2013 – Aperto lunedì e martedì, venerdì, sabato e domenica, festivi e prefestivi 10:30 – 13:00 / 15:00 – 17:30

narni@sistemamuseo.it   www.sistemamuseo.it

www.famigliealmuseo.it/narni-palazzo-eroli-museo-della-citta-e-del-territorio-di-narni/

 

Foligno:Ricordata la figura del Generale Ferrante Gonzaga del Vodice

9 settembre 2013

Il giorno 9 settembre 2013, dalle ore 17,00, presso la Caserma “GONZAGA” sede

Gen. Ferrante Gonzaga del Vortice

Gen. Ferrante Gonzaga del Vodice

del Centro di Selezione e Reclutamento Nazionale dell’Esercito, in occasione del 70° anniversario dell’ Armistizio (8 sett. ‘43) e della morte per mano nazista del Generale Ferrante Gonzaga del Vodice (8 sett. ’43), è stata celebrata la cerimonia commemorativa per ricordare la figura dell’alto Ufficiale decorato con Medaglia d’Oro al Valor Militare, ed a cui, nell’anno 1954 venne intitolata l’allora Scuola Allievi Ufficiali e Sottufficiali di Artiglieria (S.A.U.S.A.) oggi Centro di Selezione e Reclutamento Nazionale dell’Esercito.

Graditissima la presenza, accolti dal Comandante del Centro, Generale di Divisione Franco PRIMICERJ, dei due figli maschi del (more…)

La “città nel mezzo” Mevania, capitale politica e centro religioso degli antichi Umbri

9 settembre 2013

mevaniaUn fine settimana alla riscoperta della Bevagna più antica. La due giorni organizzata dall’Associazione culturale Perdiquà, seguita da un folto, attento ed interessato pubblico, ha puntato i riflettori sulla storia più lontana. Bevagna, famosa per il suo medioevo, sapientemente riproposto durante il Mercato delle Gaite, contiene una storia più antica in cui la città ricopriva un ruolo di primaria importanza: Capitale dell’Etnos umbro.

L’Archeologo, studioso della storia degli Umbri, Simone Sisani ha coinvolto (more…)

Cultura, il mondo dell’antica Roma raccontato al Museo Eroli di Narni

19 marzo 2013

Museo di palazzo Eroli in Narni – sabato 23 marzo 2013, ore 18.00

La società cooperativa Sistema Museo e il Museo di Narni in Palazzo Eroli, sono liete d’invitarvi ad un appuntamento per famiglie particolarissimo e divertente dedicato completamente al mondo dell’antica Roma.

“Quello che nessuno ha mai osato raccontarvi”, la frase è solo un breve (more…)

Storia in pillole: ricordo di Francesco Ferrer

6 febbraio 2013

LO SAPEVATE CHE

 

lapideL’attuale via Cesare Battisti – che i perugini chiamano da sempre la strada nova – è stata intitolata anche a Francesco Ferrer?

Libertario catalano. Pedagogo convinto che i mali del mondo provenissero in gran parte dall’ignoranza e che istruzione ed educazione fossero strumenti d’emancipazione. Fondò la Scuola Moderna basata su un’educazione razionale e sul rispetto delle naturali tendenze dello scolaro indipendentemente dagli interessi del suo educatore. (more…)

Il sangue del Borgia – processo storico a Cesare Borgia, “il Valentino”

27 novembre 2012

Rivive alla Sala dei Notari, dopo oltre 500 anni, la “Congiura della Magione”. Il Pubblico

Presunto ritratto di Cesare Borgia eseguito da Altobello Melone

Ministero sarà il Dott. Sergio Sottani (Procuratore Capo della Procura della Repubblica di Forlì); il difensore dell’imputato sarà l’Avv. Franco Libori (Presidente della Camera Penale di Perugia).

Sabato 1 dicembre, alle ore 16.30, nella Sala dei Notari, verrà processato Cesare Borgia (1475-1507), detto il Valentino, figlio del Papa Alessandro VI. Il processo giudicherà la feroce vendetta che il Valentino, famoso per aver ispirato a Niccolò Machiavelli la figura del Principe, operò verso i cospiratori della cosiddetta “Congiura della Magione”. Un complotto ordito ai danni di Cesare Borgia nel 1502, dai suoi capitani e alleati, fra cui Vitellozzo Vitelli, Paolo Orsini e Giampaolo Baglioni signore di Perugia, per fermarne l’espansione in Italia centrale. La congiura deve il suo nome al luogo dove fu organizzata, il castello di Magione, nella Provincia di Perugia.

Si tratta ormai di un appuntamento fisso per i cittadini di Perugia, un modo di riscoprire la propria storia (more…)

LA SINDONE “TEMPLARE”

25 aprile 2012

di Diego Antolini – Jakarta (www.thexplan.net)

La questione dell’autenticità o meno della Sacra Sindone continua a produrre innumerevoli dibattiti, ad esempio, sull’affidabilità  dell’analisi al Carbonio-14, così come sulla dinamica che ha permesso all’immagine del volto di rimanere impressa sulla stoffa per così tanto tempo.

Vi sono delle teorie che connettono questa reliquia con i Cavalieri Templari, teorie che comunque non gettano alcuna luce definitiva sul mistero del volto sul lino. La prima teoria supporta l’autenticità’ della Sindone, e si riferisce all’Anno 1204, quando i Crociati saccheggiarono Costantinopoli. Tra di essi vi erano numerosi Cavalieri Templari che, secondo alcuni studiosi, avrebbero sottratto la Sindone alla città Turca. L’autore Ian Wilson nel suo libro “The Shroud of Turin: Burial Cloth of Jesus?” [La Sindone di Torino: la Veste Funebre di Gesù’? N.d.A.] afferma che il volto che i Templari erano accusati di adorare altri non era che il volto di Cristo. Wilson scrive che quando il telo è piegato mostra il volto di Cristo e veniva chiamato “Mandylion”. A supporto di tale teoria vi sarebbe un pannello dipinto a Templecombe (Inghilterra), che mostra un volto con barba molto simile, sul Mandylion.

I ricercatori Christopher Knight e Robert Lomas hanno condotto una ricerca estensiva in ambito Templare e Massonico con i due volumi “The Hiram Key” [La Chiave di Hiram N.d.A.] e “The Second Messiah” [Il Secondo Messia N.d.A.]. Essi tuttavia descrivono la teoria del Mandylion in modo diverso, teorizzando che l’immagine della Sacra Sindone mostri in realtà il volto dell’ultimo Gran Maestro Templare Jacques De Molay, che fu torturato alcuni mesi prima della sua esecuzione nel 1307. L’immagine sul telo certamente coincide con la descrizione che viene data di De Molay come mostrato in alcuni intagli Medioevali: naso aquilino, capelli lunghi fino alle spalle e divisi al centro, barba lunga con biforcazione alla base, e l’altezza (si diceva che De Molay fosse piuttosto alto).

Molti hanno criticato tale teoria sulla base del fatto che la Regola dell’Ordine proibiva ai Templari di far crescere i capelli. La spiegazione regge fino a un certo punto, visto che De Molay passò sette anni in prigione e sembra improbabile che in quel tempo gli fosse concesso il lusso della cura della persona. Knight e Lomas continuano dicendo che il telo figurava nei rituali Templari di risurrezione simbolica e che il corpo torturato di De Molay fu avvolto in un sudario, che i Templari conservarono dopo la morte del Gran Maestro. I ricercatori sostengono che sangue e acido lattico del corpo di De Molay si sarebbero mescolati al franchincenso (usato per sbiancare il panno) così da imprimere l’immagine del volto sul tessuto. Quando la Sindone fu esposta per la prima volta nel 1357 (50 anni dopo la distruzione dell’Ordine) dalla famiglia di Goffredo De Charney (anch’egli bruciato sul rogo insieme a De Molay) le persone che videro il telo riconobbero in esso l’immagine di Cristo. Gli autori teorizzano che Jacques De Molay potesse essere stato torturato in una maniera molto simile al Cristo per una sorta di macabra provocazione. A quel punto, allora, le ferite inferte al vecchio Templare erano le stesse di quelle di Gesù  sulla Croce. Oggi si crede comunemente (attraverso la datazione del Carbonio), che la Sindone risalga al tardo XIII sec. e non alla possibile data della crocifissione di Cristo. E’ interessante notare come la Chiesa rese noti i risultati dell’analisi al Carbonio-14 il 13 ottobre 1989, cioè lo stesso giorno dell’arresto dei Templari da parte della Chiesa e della monarchia.

Indipendentemente dalla veridicità della teoria di Wilson rispetto a quella di Knight e Lomas, è evidente che la Sacra Sindone ha trovato il suo posto stabile all’interno della storia Templare.

Lynn Picknet e Clive Prince, autori del libro “Turin Shroud: In Whose Image?” [Sacra Sindone: A Immagine di Chi? N.d.A.] presentano una teoria diversa. Gli autori, già conosciuti per aver pubblicato “The Templar Revelation” [La Rivelazione Templare N.d.A.], affermano che Leonardo Da Vinci avrebbe inventato una primissima tecnica fotografica e, con essa, creato l’immagine della Sindone di Torino. Sulla connessione tra Templari e Sacra Sindone si è espresso anche il Vaticano con un annuncio pubblico che sembra far luce sul mistero degli “anni mancanti” della reliquia. I ricercatori Vaticani hanno affermato che i Cavalieri Templari avrebbero nascosto, custodito e venerato la Sindone per più di 100 anni dopo la fine delle Crociate. Barbara Frale, una ricercatrice negli Archivi Segreti Vaticani, ha detto che la Sindone era scomparsa durante il sacco di Costantinopoli del 1204 durante la IV Crociata, per poi riapparire solo nel XIV sec. In un articolo pubblicato dall’Osservatore Romano, la Frale scrive del ritrovamento di un documento nel quale Arnaut Sabbatier, un giovane francese entrato nell’Ordine nel 1287, testimoniò come parte della sua iniziazione fosse avvenuta in un “luogo segreto il cui accesso era permesso solo ai fratelli del Tempio”. Lì gli sarebbe stato mostrato un lungo tessuto di lino sul quale era impressa la figura di un uomo, che doveva essere venerato baciandolo per tre volte ai suoi piedi.

 

Storia, “Augusto Roncetti, un umbro nella Cina del primo Novecento”

14 marzo 2012

Augusto Roncetti

Lunedì 19 marzo, ore 17

Sala dei Notari. Sandro Allegrinipresenta l’incontro dell’Accademia del Dónca intitolato: “Augusto Roncetti, un umbro nella Cina del primo Novecento” con Mario Roncetti, ex prefetto della Biblioteca Augusta, e Attilio Bartoli Langeli, presidente della Deputazione di Storia patria per l’Umbria. L’Accademia del Dónca rende omaggio alla gloriosa Arma dei Carabinieri, ricordando un personaggio umbro di grande significato. Da Spoleto a Pechino nella concessione di Tien Tsin, ai primi del XX secolo. Da pastorello a carabiniere e pioniere del volo. Augusto Roncetti, classe 1889, era entrato nell’Arma per sfuggire a una condizione sociale ed economica precaria, animato dalla speranza di poter intraprendere una carriera promettente, alla ricerca di più ampi orizzonti geografici e umani. La sua formazione inizia col conseguimento della licenza elementare, che gli fa scoprire una crescente attenzione per la cultura. Dalle caserme romane, finisce a Mussomeli, vicino a Caltanissetta, un luogo che lo mette in contatto con un mondo e una mentalità diversi dalla sua. Rientrato

Augusto Roncetti

(nel 1912) a Roma, viene inviato nella concessione italiana in Cina di Tien Tsin, con un lungo viaggio in nave, poco dopo la conclusione della guerra dei Boxer. Resta in quell’enclave all’estero per tre anni, rientrando in Italia allo scoppio del primo conflitto mondiale. Appassionato di volo, Augusto Roncetti chiede di arruolarsi nell’aviazione, che compiva allora i primi passi. Ottiene il brevetto di volo: terzo pilota italiano dell’Arma. Dopo la fine della guerra, torna tra i carabinieri coi quali conclude la carriera nel 1937 col grado di maresciallo. Scompare nel 1971. Augusto Roncetti ha raccontato queste fasi della propria esistenza in due distinti diari: il primo, relativo all’esperienza cinese, il secondo intorno alla scuola piloti. I figli Antonio, già insegnante, e Mario, per un ventennio alla guida della biblioteca Augusta di Perugia, hanno pubblicato il volume “Da Spoleto a Pechino. Passione per il volo”, con prefazione di Roberto Abbondanza, edito sotto gli auspici della Deputazione di Storia Patria per l’Umbria. Il cui presidente, il noto studioso Attilio Bartoli Langeli, ne tratterà alla Sala dei Notari. Il figlio Mario tratteggerà spigolature di carattere storico e personale, avvalendosi del contributo di uno slide (curato da Luigi Petruzzellis) ricco di immagini d’epoca. È prevista la presenza di rappresentanti dell’Arma.

 

 

 

 

 

 

 

FOIBE, storia di una inutile mattanza

6 febbraio 2012

Costanza Bondi

di Costanza Bondi

La guerra era finita, dopo cinque lunghi anni di feroci combattimenti. Eppure, invece che deporre le armi, iniziò una vera e propria guerra civile che in Italia perdurò esattamente dal maggio 1945 alla fine del 1947. Esecuzioni sommarie, rappresaglie, omicidi indiscriminati, vendette, sparizioni, fucilazioni a sfondo di faida e condanne a morte sommariamente emesse da Tribunali cosiddetti speciali che continuarono la loro immorale opera anche a guerra finita. Questo lo scenario in cui le stragi avvenute al confine orientale d’Italia e perpetrate sin dal ’43 si dipanarono, rimanendo però tabù e disegnando una delle vicende più scabrose della nostra storiografia: le foibe. Da considerarsi ancora più tabù alla luce della “sentenza Piskuliç” e di molti altri esempi che potremmo annoverare. Oscar Piskuliç, croato ottantaduenne, nell’inchiesta-farsa sulle foibe era stato accusato di aver ucciso nel’44 l’attivista italiano Giuseppe Sinchic. La Cassazione, per difetto di giurisdizione, rigettò il ricorso della parte civile contro la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Roma che l’anno precedente ne aveva formalizzato l’autorizzazione. Sentenza questa appunto presa ad esempio, dicevamo, che non fa che riconfermare come la questione delle foibe, nonché la violenza di regime che ne conseguì, fosse motivata da ragioni di politica interna (insediamento del nuovo potere socialista nel territorio occupato) e internazionali (rivendicazioni territoriali sulla regione in questione). Ecco quindi che la questione delle foibe prese la sua natura intransigente su un doppio binario: da una parte per colpire il fascismo e i triestini legati alla precedente amministrazione fascista, dall’altra per colpire coloro che si opponevano all’annessione di Trieste e del resto della Venezia Giulia alla Jugoslavia. I comunisti infatti sin da subito posero la popolazione di fronte alla difficile scelta, che poi si sarebbe risolta in una questione di vita o di morte: essere pro o contro il comunismo. Ma resta di fondo una questione lapalissiana: l’Italia e gli italiani costituivano per i comunisti il “nemico del passato, del presente e del futuro”. Ossia, nemico del passato per l’annessione di Vittorio Veneto, del presente per l’opposizione all’annessione della Venezia Giulia, del futuro perché l’Italia sarebbe rimasta uno stato legato agli Stai Uniti: e quindi una minaccia capitalista per la vicina Jugoslavia socialista e territorialmente rivendicativa. E il mondo di fronte a Basovizza, Plutone, Vines (conosciuta anche come foiba dei colombi), Monte Nero, Tarnova e Gargaro… rimase a guardare.

Perugia, presentazione del libro: L’Abbazia di San Pietro in Perugia e gli studi storici

14 gennaio 2012

Abbazia di San Pietro, Aula magna della Facoltà di agraria
Venerdì 20 gennaio, ore 16.00
Interverranno: Attilio Bartoli Langeli (Deputazione Storia Patria per l’Umbria), Francesco G.B. Trolese O.S.B. (Centro Storico Benedettino Italiano), Rita Chiacchella (Università di Perugia), l’Autore Giustino Farnedi O.S.B. (Archivio storico di San Pietro).
La presentazione sarà seguita dalla visita guidata della mostra Bibbie e manoscritti atlantici in Umbria (23 settembre 2011-31 gennaio 2012), Archivio Storico di San Pietro.
L’Abbazia di San Pietro in Perugia e gli studi storici di Padre Giustino Farnedi, pubblicato in coedizione dal Centro Storico Benedettino Italiano e dalla Deputazione di Storia Patria per l’Umbria, è un’opera senza precedenti sia per la novità dell’impostazione che per l’ampiezza dell’analisi storiografica, destinata a divenire un modello di riferimento per tutta la ricerca sul monachesimo italiano e la storia locale dell’Umbria.

Il volume costituisce la più dettagliata e completa storia dell’abbazia benedettina di San Pietro di Perugia. L’abbazia perugina è una delle fondazioni monastiche più antiche e prestigiose di tutta l’Italia centrale. Fondata nel 966 dall’abate Pietro, nel corso della sua storia più che millenaria, San Pietro giunse a costituire un vastissimo patrimonio fondiario lungo la Media Valle del Tevere, sul quale vivevano più di 500 famiglie e sorgevano 20 parrocchie amministrate dall’abate.

La prima parte dell’opera di Padre Giustino Farnedi ricostruisce la storia di San Pietro di Perugia attraverso la storia dell’archivio, dei suoi archivisti e delle molteplici tipologie documentarie e librarie che vi si conservano. La seconda parte comprende la bibliografia storico-ragionata delle opere a stampa pubblicati dal XVI secolo al 2011, che trattano specificatamente di San Pietro.

Per la ricchezza dei dati raccolti e le molteplici prospettive di ricerca che offre, L’Abbazia di San Pietro in Perugia e gli studi storici costituisce uno strumento indispensabile per la ricerca sulla storia perugina, la storia religiosa locale, la storia del monachesimo italiano, oltre che per la storia dell’arte, dell’amministrazione economica e degli scambi tra i monasteri italiani dal Medioevo al XIX secolo.

Per informazioni:  http://www.archiviosanpietroperugia.it
Nadia Togni
nadia.togni@unige.ch

NERA, FORTE; FORGIATA DAL FUOCO DELL’ETNA, CATANIA INVINCIBILE

19 settembre 2011

U Liotru, simbolo di catania

di Roberta Capodicasa

A differenza di Siracusa, fondazione dei Dori del Peloponneso, la moderna Catania, in greco, Katane, fu fondazione ionica dei Calcidesi.  Visitando la città, il riscontro delle sue origini greche non è così immediato come a Siracusa ma a testimoniarne l’ascendenza greca abbiamo  il nome e la prepotente tradizione storica che fa capo a Tucidide nel libro VI della sua opera: Tra i Greci i primi colonizzatori furono i Calcidesi , che fondarono Nasso (Naxos nei pressi di Taormina) … L’anno seguente Archia della famiglia degli Eraclidi, venne da Corinto e fondò Siracusa…Tucle e i Calcidesi, partiti, poi, da Nasso nel quinto anno dalla fondazione di Siracusa, fondarono Leontini, (attuale Lentini presso Siracusa) scacciati i Siculi con una guerra e in seguito Catania (729 a.C.). Della sua storia in questo primo periodo,  si conosce davvero poco, solo la notizia dell’origine catanese di Caronda, un celebre legislatore di cui ci parla Aristotele: Caronda di Catania diede leggi ai concittadini e alle altre città calcidesi in Italia e in Sicilia (VI sec.a.C.). Secondo un altro grande storico greco, Plutarco, il suo nome deriverebbe dal termine katane,  grattugia  a sottolineare le asperità del territorio che sorge sulla lava del vulcano che le svetta alle spalle, od anche dal latino katina (catino, bacinella) per la disposizione delle

Etna visto dal teatro greco di Taormina

colline tutto intorno  alla città(!). L’etimologia è, dunque, anch’essa oscura: secondo altre interpretazioni, il nome deriverebbe dall’apposizione del prefisso greco  katà- al nome del vulcano Aitnè, vale a dire in greco nei pressi di o appoggiata all’Etna.  Questa è per me l’interpretazione più suggestiva dato che corrisponde  alla prima impressione che si riceve dalla visita della città, quella di un luogo in strettissima simbiosi con il vulcano. Mi invase gli occhi quel colore scuro, quasi nero, in forte contrasto con l’architettura barocca trionfante dopo il devastante terremoto del 1693,  degli edifici cosi antitetico rispetto al

Anfiteatro romano a piazza Stesicoro nel cuore della città

bianco di Siracusa, neri perché realizzati con la pietra lavica  dell’Etna che non solo non riuscì mai a travolgere e sommergere Catania ma divenne strumento indispensabile  per la sua necessaria sopravvivenza. Le eruzioni  d’altra parte non furono mai catastrofiche perché la lava quando fuoriesce dal cratere è molto viscosa e procede lentamente consentendo la fuga:   “Iddu” , ( o idda… “a muntagna”)  come i catanesi chiamano l’Etna, alto più di 3300 m., protagonista di più di 20 eruzioni solo nel Ventesimo sec.,  è una colossale  montagna che non dorme mai, come un guardiano che veglia sulla città e la protegge dai venti del nord rendendo il suo clima fra i più dolci apprezzati del Mediterraneo, tutto il territorio etneo per circa 60.000 ha di superficie.  Il Mongibello, con un altro dei suoi nomi derivato dall’arabo, gebel-monte, ha nel corso degli anni

Ingresso monumentale Giardino Bellini in via Etnea

formato un fertilissimo altipiano lavico plasmato, potremmo dire, con il fuoco. La sua imponenza è tale che, passeggiando alle sue pendici, sembra quasi di respirarne gli  effluvi, di sentirne l’intimo respiro, la presenza oscura e imponente, forte fino quasi a forgiare il carattere dei  catanesi  che lo amano in maniera viscerale. Empedocle,  celebre poeta e filosofo della metà del V sec. a.C., poteva dire riguardo i fenomeni vulcanici dell’Etna: Molti fuochi ardono sotto la terra e Lucrezio, il poeta latino grande ammiratore di Empedocle, dirà nel De Rerum Natura a proposito del Vulcano e del suo territorio: Qui c’è l’orrenda Cariddi, qui ci sono i rimbombi sinistri dell’Etna che minaccia di  radunare di nuovo le sue irose fiamme e dalle fauci vomitare ancora il fuoco a scagliare  ancora dal cielo  il bagliore delle fiamme. Questa grande terra sembra degna di ammirazione per tanti aspetti e altrettanto degna che la conoscano molte genti, ricca di molti beni, ammirevole per i molti ingegni.

Cattedrale e l’elefante

Senza voler troppo indugiare in una magari inopportuna ed esagerata retorica, la cosa migliore è una verifica diretta possibile a chiunque almeno fino al rifugio Sapienza, mantenendo sempre, però, una prudente e rispettosa condotta nei confronti della natura e senza esagerare come avrebbe fatto il nostro amico Empedocle che, in maniera presuntuosa, si sarebbe gettato  nell’ Etna aspirando ad una divinizzazione  almeno secondo quanto sostiene Diogene Laerzio!  Su tale evento non cessarono di ironizzare autori antichi come Luciano:

“E questo tutto abbrustolito chi è?  – Empedocle. –  Si può sapere perché ti gettasti nel cratere dell’Etna? – Per un eccesso di malinconia. – No,  per orgoglio, per sparire dal mondo e farti credere un dio. Ma il fuoco rigettò una scarpa e il trucco fu scoperto”  (I dialoghi, trad. Mosca; BUR, Rizzoli, 1990).

Nel V secolo la città ebbe vari e importanti contrasti con Siracusa il tiranno della quale,  Ierone,  nel 476 ne deportò molti degli abitanti e cambiò il nome in Aitna, titolo con cui è celebrata nella Pitica I di Pindaro e nella perduta tragedia di Eschilo Le Etnee. Solo qualche anno più tardi Catania recuperò,  però,  il suo nome e i suoi antichi abitanti. In seguito la polis vide una serie di continui disastri alternatisi tra guerre ed eruzioni del vulcano che comportarono frequenti distruzioni anche in età romana. Nonostante tutto Catania conservò notevole importanza e ricchezza tanto che il nostro amico Cicerone nelle Verrine la definisce ricchissima: garanzia di tutto il fatto che Verre vide  anche qui di rubare qualcosa, una gigantesca e bellissima statua di Demetra. Lasciando Verre al suo processo e ai suoi ladrocini, continuiamo la passeggiata per le vie della città. Inevitabile assaggiare una granita, con innumerevoli scelte di sapori e di profumi, che nelle ore calde del giorno non potrà che essere graditissima e rinfrescante fino ad imbattersi  nell’altro elemento della città che mi colpì particolarmente e che risultò anch’esso collegato col vulcano, il simbolo di Catania, l’elefante o U’ Liotru. La statua dell’elefante simbolo di Catania, si trova proprio dinanzi al duomo dedicato a Sant’Agata che, mollemente adagiato al centro della piazza, gli si erge di fronte.

Il nome  deriva da una storpiatura del sostantivo Eliodoro   il negromante che lo avrebbe forgiato con la lava del vulcano per cavalcarlo. Attorno ad Eliodoro e all’elefante si hanno una serie innumerevole di leggende, tutte con risvolti magici, difficili ovviamente da registrare e che lasceremo dunque in una beata inconsapevolezza, una statua pagana capace di evocare un aspetto magico e oscuro: ancora una volta un simbolo fortemente collegato all’Etna, che, in ogni minimo aspetto, a Catania la fa da padrone.

LA STORIA DEI TEMPLARI RACCONTATA A SAN BEVIGNATE

12 marzo 2011

Sangue, sudore e pietra: i castelli crociati, templari e ospitalieri in Terra Santa

Sabato 19 marzo 2011 – ore 17:00

Giuseppe Ligato

Con la relazione del prof. Giuseppe Ligato dal titolo Sangue, sudore e pietra: i castelli crociati, templari e ospitalieri in Italia sabato 19 marzo si inaugura a San Bevignate il secondo ciclo di conferenze sulla storia dell’Ordine del Tempio – promosso dal Comune di Perugia con il patrocinio dell’Università degli Studi – nel corso del quale si ripercorreranno le dinamiche insediative dei Milites Templi negli Stati Latini d’Oriente e in ambito centroitaliano. Allo studioso spetta dunque il compito di descrivere, con il supporto di immagini appositamente selezionate, le varie tipologie di castelli, fortezze e avamposti di fondazione templare e ospitaliera in Terra Santa, spettacolari esempi di architettura militare edificati in posizione strategica a difesa dei territori conquistati grazie all’esito vittorioso della Prima Crociata.

Foibe, il 10 Febbraio Giornata del Ricordo per tutti?

8 febbraio 2011

di Matteo Bressan

A due giorni dal 10 febbraio, data in cui si ricorda il dramma delle foibe e dell’esodo, molti si interrogano su come e quanto le celebrazioni istituzionali di questi drammatici eventi abbiamo realmente cambiato l’impostazione di molti manuali di storica contemporanea. A giudicare dall’esiguo numero di studenti che hanno optato per il tema di maturità sulle vicende del confine orientale e il dramma delle foibe viene da pensare che poco sia stato fatto nelle sedi preposte a studiare e a spiegare la storia dei nostri connazionali. Non deve quindi stupire se i migliori prodotti della storiografica sulle foibe, l’ esodo, i prigionieri di guerra italiani in Unione Sovietica restano lavori isolati e, nella maggior parte dei casi, considerati storia minore. La sensazione che alcuni settori del mondo accademico, per non parlare di coloro che si sono scagliati contro i lavori di Pansa, siano indifferenti, se non proprio restii a rivedere alcuni assiomi della storiografia italiana è molto forte.
Nonostante ciò molto si è fatto e molto ha contribuito anche la televisione che sicuramente può essere più incisiva sul grande pubblico rispetto ad un manuale di storia, ma certamente è necessario che le giovani generazioni possano comprendere sin dalla giovane età quali e quante sfaccettature ci possano essere nell’interpretare la storia. Si potrà obiettare che non tutto può essere scritto su un manuale e che pertanto si è costretti ad operare delle cesure ma molte volte anche dei singoli spunti, possono fare molto soprattutto se si parla della nostra storia, della storia del nostro Paese.

ALLA SALA DEI NOTARI – Giorno del ricordo 2011- ESODO E FOIBE: MEMORIE E SILENZI

8 febbraio 2011

di Raffaella Rinaldi –  Responsabile per la Provincia di Perugia del “Comitato 10 Febbraio”

Raffaella Rinaldi

“Il Comitato 10 Febbraio”, associazione costituita per mantenere viva la memoria dei Martiri delle Foibe e degli Esuli di Istria, Fiume e Dalmazia, ha organizzato, con il patrocinio del Comune di Perugia, in occasione del “Giorno del Ricordo” 2011, l’incontro- convegno “ESODO E FOIBE: LE MEMORIE E I SILENZI”, che si terrà giovedì 10 febbraio 2011, ore 10,00 presso la Sala Dei Notari di Perugia. L’iniziativa vedrà la partecipazione del Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico regionale dell’Umbria, dr.ssa Maria Letizia Melina, del prof. Gianni Stelli, docente di filosofia e rappresentante della Società Studi Fiumani, del dr. Franco Papetti, della Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, del dr. Livio Zupicich, esule fiumano e  del dr. Valentino Quintana, giornalista e saggista nel comitato scientifico dell’Associazione “Libera Storia”; il convegno si svolgerà nella forma dell’incontro aperto al pubblico (in particolare alle scolaresche), nel corso del quale verranno proiettati filmati, alternati ad interventi di diretti testimoni dell’epoca, esuli fiumani e istriani, nonché di storici e giornalisti. Con questo appuntamento, il Comitato 10 Febbraio, unitamente all’Amministrazione Comunale, si propone di celebrare e ricordare una pagina di storia per troppo tempo dimenticata: la tragedia delle foibe e degli esuli giuliano – dalmati rappresenta parte di un passato, neanche troppo lontano, comune a tutti gli italiani, che tutte le Istituzioni, locali e nazionali, hanno il dovere di commemorare, anche sulla scorta della legge del 30 marzo 2004 n. 92, per evitare che tali eventi possano nuovamente cadere nell’oblio.

L’Abbazia di San Pietro in Valle, imponente complesso fra la Cascata delle Marmore e Spoleto

3 febbraio 2011

Francesca Romana Plebani

di Francesca Romana Plebani

Esattamente come l’Abbazia di Sant’Eutizio di Preci, le origini dell’Abbazia di San Pietro in Valle affondano le proprie radici nel fenomeno del monachesimo di IV sec. d.C. Attualmente situato nel Parco naturale del fiume Nera, a metà strada tra la Cascata delle Marmore e Spoleto, e immerso in un rigoglioso bosco, il complesso abbaziale deve la sua fondazione ai due eremiti siriaci, Giovanni e Lazzaro, che negli anni centrali del IV sec. d.C. peregrinavano in cerca di un luogo recondito dove dedicarsi alle loro attività di preghiera. Varcato il Monte Solenne e da lì ridiscesi nella valle Suppenga, avrebbero fondato, su un preesistente insediamento pagano, l’eremo che sarebbe poi divenuto l’Abbazia di San Pietro in Valle. Nell’VIII sec. d.C. Faroaldo IIduca di Spoleto, infatti, proprio sui luoghi dove avrebbero vissuto Giovanni e Lazzaro, diede il via ai lavori di edificazione dell’intero complesso monastico. Secondo una leggenda, fu lo stesso San Pietro ad ispirare in sogno il duca di Spoleto, il quale esortato dal santo, fece edificare nel luogo dell’attuale abbazia un monastero benedettino. Pochi anni seguenti, Faroaldo rinunciò al privilegio del titolo e, presi i voti, divenne monaco di San Pietro in Valle. Da allora il cenobio fu strettamente legato alla città di Spoleto, divenendo luogo deputato ad accogliere le spoglie di molti dei duchi della città.

 

Nell’881 il monastero subì, affrontando la medesima sorte dell’Abbazia di Farfa, il saccheggio dei Saraceni. Fu per volere di Ottone III che risorse solo nel 996. Nel 1234 Gregorio IX assegnò la gerenza del complesso monastico ai Cistercensi, esattamente in linea con quanto stava avvenendo nel Lazio sotto Innocenzo III.

Abbazia San Pietro in Valle

Nel 1484 Papa Innocenzo VIII donò il feudo dell’Abbazia ai Cybo[1].

Dal 1917[2], l’intero complesso risulta proprietà di privati, ed attualmente, ristrutturato, è stato tradotto in struttura ricettiva alberghiera.

La proprietà è comunque un monumento nazionale, meta di molte visite per le sue opere d’arte: la chiesa conserva, ad esempio, il ciclo degli affreschi di scuola romana (1150) antecedenti il Cavallini, e gli affreschi nell’abside del maestro di Eggi del 1445. [1]

La chiesa, corpo separato a se stante rispetto all’abbazia, è ad una sola navata e risale al VII secolo; mentre l’abside venne aggiunta solo del XII secolo. L’intera struttura conserva pregevoli affreschi medievali e rinascimentali[3] di scuola umbra, raffiguranti scene dell’Antico e del Nuovo Testamento, che si svolgono sulle pareti  della stessa, simulando una finta galleria. Di particolare rilievo, sono invece due lastre di epoca longobarda, scolpite a bassorilievo e impiegate come sostegni per l’altare. Quella che costituisce la fronte della sacra mensa reca un’iscrizione in lingua latina, con una curiosa commistione di caratteri maiuscoli e minuscoli: “Ilderico Dagileopa, in onore a san Pietro e per amore di san Leone e san Gregorio, per la salvezza dell’anima (pro remedio animae)”. Ilderico fu duca di Spoleto tra il 739 e il 742. La lastra presenta due bizzarre figure a petto nudo, con braccia piegate a 90° e levate verso l’alto, e corto gonnellino che scopre metà delle cosce. Entrambe sono intercalate da fusti vegetali stilizzati, che le circondano, e i quali culminano con dischi con delle croci inscritte. Una delle due figure brandisce uno sorta di stiletto, interpretato da alcuni come uno scalpello. Ciò avrebbe fatto supporre che la figura in questione fosse la rappresentazione stilizzata di Orso, lo scultore indicato come autore della lastra, la quale, non a caso, reca  l’epigrafe Ursus magester fecit (“Il maestro Orso l’ha fatto”).

Più difficile comprendere chi sia l’altra figura: il gonnellino, indumento forse adatto all’attività di scultore, mal si addice alla dignità del duca. Le braccia levate sono state interpretate come atteggiamento rituale. La posa si riscontra anche per la figura del vescovo Liudger di Werden (frazione di Essen), effigiata sul coevo altare in osso, o per quella del vescovo Agilberto, raffigurata sul suo stesso sarcofago (leggermente più antico ai casi precedenti), conservato  nella cripta di Jouarre (Francia). Congiunto alla navata della chiesa, il lato settentrionale del chiostro è scandito da tre alti e grandi archi sorretti da pilastri quadrangolari. I rimanenti lati presentano una diversa

lastra di orso di fronte all'altare

situazione: l’ordine inferiore è costituito da portici con poderose volte a crociera sostenute da robuste e basse colonne di pietra locale.  Il Campanile è di pianta quadrata leggermente asimmetrica e presenta un parato murario costituito da blocchi irregolari di pietra locale. Le sue pareti permettono di osservare il classico fenomeno del rimpiego di materiali antichi: ad altezze differenti si notano, tra l’altro con intento decorativo, suggestivi frammenti di epoca romana e longobarda.

Bibliografia:

C. Favetti, Ferentillo Segreta: L’Abbazia di San Pietro in Valle Suppegna.

Francesco Dell’Acqua, Ursus «magester»: uno scultore di età longobarda, in Enrico Castelnuovo, Artifex bonus – Il mondo dell’artista medievale, ed. Laterza, Roma-Bari, 2004.

 


[1] Il papa Innocenzo VIII (Giovan Battista Cybo – ossia Giobatta, ricordato come il pontefice romano che iniziò la caccia spietata alle streghe), come detto, costituì per suo figlio Franceschetto Cybo un principato, nominandolo oltre che duca di Spoleto, anche conte di Ferentillo, e quindi governatore dell’Abbazia. A Franceschetto, che sposò Maddalena de’ Medici, successe il figlio Lorenzo Cybo, il quale sposò Ricciarda Malaspina marchesa di Massa e Carrara. Dal matrimonio nacque Alberico I Cybo, il quale, dopo la morte della madre Ricciarda, assunse anche (sempre per volere della madre) il cognome di Malaspina. Alberico I Cybo Malaspina divenne cosi Marchese di Massa, Signore di Carrara, Conte di Ferentillo governatore di Monteleone di Spoleto, e dunque signore anche della Abbazia di San Pietro in Valle. Il feudo di dominio dei Cybo Malaspina durò fino al 1730 con Alderano Cybo.

[2] L’abbazia comunque ebbe sempre la commenda degli Ancaiani, nobili spoletini, fino alla sua vendita definitiva avvenuta nel 1907.

[3] L’intero ciclo pittorico è stato da pochi anni restaurato.

LA TORRE DI COLLELUNA DI TERNI E UN AMBIENTE SOTTERRANEO NASCOSTO: TANTO INTERESSE, NESSUNA RISORSA

3 febbraio 2011

Marina Antinori

In mancanza di studi che lo confermino, una domanda resta senza risposta certa: esiste, dunque, un lungo viadotto sotterraneo che conduceva dalla Rocca all’abitazione del castellano, e lì a breve distanza, proseguendo giù per il declivio del colle, traversando il piano, passava per il Convento dei Capuccini ( S. Martino ) e riusciva dalla Piazza Maggiore di Terni?

di Marina Antinori

La Forterocca di Terni, Colleluna, simbolo di cruenti battaglie volte alla difesa della città, ha visto avvicendarsi importanti personaggi storici come Andrea Castelli, Braccio da Montone, Bartolomeo d’Alviano, agli ordini del celeberrimo e temuto papa Borgia, Alessandro VI, la dolce castellana Cremesina Paradisi e, molti altri …

Il pittore naif  O. Melelli ha dedicato un quadro alla “Battaglia di Colleluna” famosa perché i Ternani, ribelli, nel 1348 “rivendicarono la propria libertà” nei confronti del papato.

Cruciani ha invece ambientato  presso questa roccaforte un intero capitolo del suo romanzo storico, pubblicato nel 1867, “Rosa Venturina degli Arroni: cronaca romantica spoletina del 1499”.

La fantasia popolare e racconti orali, ma pare anche testimonianze documentarie (Ceroni), farebbero sospettare la presenza di un lungo viadotto sotterraneo che collegherebbe la Torre fino all’attuale Piazza del Popolo a Terni. Di certo c’è che la roccaforte ha un ambiente sotterraneo.

Infatti, il Medori ci dice che “Italia Nostra” ( sezione di Terni) effettuò delle esplorazioni nella Torre di Colleluna che lo confermano con certezza. Dal vestibolo scende una terza scala, oltre alle due di cui parla il Ceroni, e in fondo ad ogni scala lo spazio si allarga e converge verso le feritoie ( di queste una rimasta intatta ed è simile a quella del vestibolo ). I rifiuti di ogni genere non permettono di dire di quanto si possa scendere; tuttavia è sicuro che si possa scendere ancora, poiché lo spazio doveva consentire ai difensori di stare in piedi o almeno curvi per usare le armi. Segni che lo proverebbero sono un foro e una feritoia interrata al livello del primo gradino della scala che evidentemente comunica con un locale sottostante. Non è un caso che il Ceroni – il quale esplorò la torre oltre cento anni fa-  parlasse di casematte, prigioni, nascondigli sotterranei, cisterne, camere di comando,  illuminati da un foro a sghembo “filtrante languida luce dall’alto”. Il Lanzi fa addirittura menzione di un “ascensore” e altri marchingegni facenti parte dell’arte militare di allora. Nel vestibolo è stato possibile individuare anche  un pozzo–trabocchetto, pieno di rifiuti di varia natura e si è potuta misurare una profondità di circa 4,60 m. Al primo piano c’è una canna fumaria e al secondo resti di una scala ardita.

La torre si ergeva molto più alta dell’attuale (oltre 35 m, oggi sono 17 m), al culmine del colle, fortificata dall’arte e dalla natura. Sulla cima c’era tutt’intorno una corona di merli molto spessa e a ciascun angolo vi era una gotica torretta acuminata al vertice e, ciascuna dava modo ad un arciere di stare al coperto al fine di scoccare una freccia attraverso la feritoia.

Oggi la torre non è più munita e temibile come un tempo, è senza difese: proprietà privata e in vendita. Tuttavia l’attuale proprietaria, la gentile sig.ra  Emiliani Luciana, aveva manifestato il suo interesse verso i progetti di valorizzazione presentati da associazioni culturali quali “Terni Racconta” ( pres. Luciano Ragni) e “ Centro Insieme San Matteo” ( pres. Adriano Fabrizi ).

Tre conferenze con relatori la dott.ssa Marina Antinori, studiosa di archeologia, e il sig. Luigi di Sano, archivista dell’Archivio di Stato, si sono svolte tra il 2009 e il 2010 riguardo a questo tema, riscuotendo interesse e consensi. In progetto erano scavi, esplorazioni, manifestazioni, concorsi per le scuole ( del quale uno svoltosi ) e, una rievocazione storica.

Purtroppo, nonostante la ricerca di un sostegno, anche da parte di organi istituzionali, le risorse non sono state trovate. In cantiere rimane solo la possibile realizzazione di un libro, corredato d’ immagini fotografiche, riguardante non solo la Torre, ma anche il territorio della circoscrizione Nord ( Cesi, scavi di Maratta, i santuari di S. Erasmo e M. Torre Maggiore, ecc … ) di valenza divulgativa ma anche scientifica, in cui raccogliere articoli risultanti dalle nuove ricerche effettuate da studiosi locali e pubblicisti affermati, e i lavori scelti dei ragazzi delle scuole. Non soltanto verrebbero raccolte le notizie storiche, archeologiche ed artistiche, ma si cercherebbe di dare anche delle indicazioni sullo stato attuale del territorio con proiezioni rivolte al futuro. Il libro sarebbe distribuito gratuitamente presso scuole, biblioteche, e a tutti coloro che sono interessati.

Per info mars2@teletu.it

BIBLIOGRAFIA

F.Angeloni, Storia di Terni.

G.Medori, Colleluna, una forte rocca di Terni, Storia documenti e notizie, 1982.

Tabarrini, l’Umbria Racconta, dizionario.

“La Pompei del centro-Italia”: Carsulae

17 gennaio 2011

di Francesca Romana Plebani

Francesca Romana Plebani

Le rovine dell’antica  Carsulae romana (Comune di Terni e Sangemini[1]) sono ubicate lungo l’originario ramo occidentale della Via Flaminia, asse viario di fondamentale importanza che permetteva la comunicazione tra Roma e le zone alto-adriatiche.

Va premesso che il territorio del ternano entrò nell’orbita d’interesse di Roma quando questa, nella seconda metà del IV sec a.C., pianificò la conquista dell’Italia centro – orientale. A seguito della battaglia di Sentino (295 a.C.) e grazie all’azione militare di M. Curio Dentato, avvenne la definitiva occupazione della zona, la quale fu rafforzata dalla fondazione di alcune colonie e dall’apertura della Via Flaminia. La romanizzazione di queste aree comportò, dunque, una più razionale organizzazione del territorio attraverso pianificati ed intensi interventi di urbanizzazione: Carsulae, colonia romana fondata successivamente al 220 a.C. (apertura della via Flaminia), ne costituisce uno tra i più tangibili segni.

Le rovine di questa città antica furono descritte e identificate fin dal XVII secolo. Tuttavia, soltanto le campagne di scavo svoltesi tra il 1951 e il 1972 hanno permesso di riportare alla luce buona parte del foro, il teatro e l’anfiteatro, un lungo tratto della Via Flaminia[2] e alcune tombe monumentali.

La città occupa un’area di oltre 20 ettari, di cui con immediata evidenza salta agli occhi la favorevole e strategica posizione geografica: protetta ad est dalle pendici del poggio Chicchirichi, propaggine meridionale dei vicini e visibili Monti Martani, si estende su un pianoro appena ondulato, con direzioni aperte ad ovest, a nord e a sud, dominando la vallata del torrente Naia, immissario del Tevere. Rispetto all’originario nucleo insediativo di fine III sec. a.C., s’ingrandì successivamente non solo per la sua posizione privilegiata lungo la via Flaminia, ma anche per la bellezza del luogo, di cui ne rimane memoria nelle parole di Tacito[3] e di Plinio il Giovane[4].

La via Flaminia, attraversando la città in senso nord-sud, coincide con il cardo maximus della città. Il tratto urbano della strada è pavimentato con basoli e, all’altezza dell’ingresso al foro, incrocia il decumanus maximus, altro fondamentale asse viario, che, con orientamento est-ovest, conduce agli edifici di spettacolo.

Templi Gemelli

Divenuta municipium e iscritta alla tribù Clustumina, Carsulae viene menzionata da Strabone (Geogr. V, 2, 10) tra i centri più importanti lungo la strada consolare. Tacito (Hist. III, 60), rivela che il sito venne scelto da Vespasiano per accamparvi, durante l’inverno dell’anno 69 d. C., le sue truppe in marcia verso Roma alla conquista del soglio imperiale, in considerazione sia alla possibilità di recuperare rifornimenti dai fiorenti municipi vicini, e in virtù della sua posizione strategica, posta di fronte alle truppe fedeli a Vitellio, acquartierate a Narni. Si devono a Plinio il Vecchio (Nat. Hist. XVII, 213) le notizie circa il terreno locale, particolarmente adatto alla coltivazione della vite, mentre è Plinio il Giovane (Ep. I, 4) a testimoniare la presenza nel territorio carsulano di parte della proprietà della sua ricca suocera, Pompea Celerina.
La città conobbe il momento di massimo splendore tra il I ed il II sec. d.C., periodo a cui è riferibile la maggior parte degli edifici pubblici finora rinvenuti. Nulla resta del nucleo insediativo originario, formatosi probabilmente già nel corso del III sec. a.C., poco dopo la costruzione della strada.

Carsulae fu abbandonata in seguito ad un grave evento tellurico, collocabile ragionevolmente intorno al IV sec. d.C., evento che si rivelò catastrofico poiché, oltre ad abbattere numerosi edifici, comportò il collasso di alcune delle doline carsiche sopra le quali erano stati costruiti i principali edifici pubblici. Il cataclisma fu con tutta probabilità il colpo di grazia per la città, che già impoverita dallo spostamento ad est della Via Flaminia e dalla sua posizione che la rese successivamente esposta alle invasioni barbariche, finì per ridursi l’ombra delle sue antiche vestigia.

Nel medioevo, fu abitata soltanto da una comunità benedettina, raccoltasi intorno alla chiesa dei Santi Cosma e Damiano[5], che non a caso, fu edificata con materiali di rimpiego, su di un edificio romano nei pressi del foro.

Nel corso del 1500 iniziarono i primi scavi ad opera dei Conti Cesi, fra cui Federico, fondatore nel 1602 della prestigiosa Accademia dei Lincei.

Complice la luce di queste assolate giornate di metà gennaio, lo splendido panorama, incorniciato da un terso cielo azzurro, il Parco archeologico di Carsulae, oltre al suo inestimabile valore culturale, assume i contorni di una preziosa oasi di bellezza nel territorio dell’Umbria meridionale.

Chiesa Santi Cosma e Damiano

 

Approfondimenti: Il Centro Visita e Documentazione “Umberto Ciotti”, realizzato grazie alla collaborazione tra il Comune di Terni e la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Umbria, sorge a sud dell’area archeologica, in posizione rialzata rispetto agli scavi, e funge da porta d’ingresso alla città romana e da punto di accoglienza, informazione ed orientamento per i visitatori. Al suo interno ci sono la biglietteria, un bookshop, un angolo giochi per bambini, la sala di studio “Cinzia Perissinotto” sul territorio della bassa Umbria ed un’aula didattica. Nelle due sale superiori e nella galleria centrale è allestita un’esposizione permanente di reperti, rinvenuti durante gli scavi condotti fra il 1951 e il 1972, che si riappropriano del loro contesto originario dopo esserne stati allontanati per motivi logistici e di sicurezza.

http://carsulae.it/home.php?lang=ita

http://www.fastionline.org/micro_view.php?fst_cd=AIAC_1027&curcol=sea_cd-AIAC_3104


[1] Carsulae si raggiunge facilmente dalla Villa di Monte Solare percorrendo la E45 in direzione Terni e, superata Acquasparta, uscendo a Sangemini.

[2] Partendo da sud e seguendo quest’antica via consolare si intravedono le terme, attualmente ancora interrate, ma di cui si conoscono la struttura e l’esistenza di pavimenti a mosaico.

[3]Tacito, Hist., III, 60. “I capi del partito, giunti a Carsulae, si prendono pochi giorni di riposo […] . La località stessa del campo era assai piacevole: la vista era molto ampia, assicurati i rifornimenti per le truppe, avevano alle spalle municipi estremamente fiorenti […].

[4] Ep. I, 4.

[5] La venerazione di questi due santi sarebbe da porsi in relazione con il culto dei Dioscuri, largamente diffusosi in Umbria in età medio-repubblicana, e che a Carsuale sembrerebbe trovare la sua sede presso i templi gemelli – di età augustea – siti nei pressi del foro, e a breve distanza dalla chiesa stessa. Il culto dei gemelli divini, infatti, potrebbe essersi tradotto nella devozione, a partire dal VI sec. d.C., dei santi Cosma e Damiano, gemelli medici martirizzati tramite decapitazione nel 300 d.C.

Dall’estero alla città: “I viaggiatori”, di Dante Cesarini

10 gennaio 2011

L’11 gennaio, prenderà avvio il ciclo di conferenze “I Giovedì della storia”, organizzate dalla Pro Foligno per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Gli incontri, che saranno nove per il 2011 e altrettanti per il 2012, sono stati programmati con il coordinamento del professor Fabio Bettoni. Eccezionalmente di martedì, per questa settimana, appunto l’11 gennaio, si terrà alle 16.30 la prima conferenza sul tema “Dall’estero alla città: i viaggiatori”, durante la quale Don Dante Cesarini ricostruirà l’immagine che i visitatori avevano di Foligno poco prima del 1860. L’appuntamento, aperto a tutti, sarà alla sala dei convegni della “Biblioteca Jacobilli”.

Sant’Eutizio di Preci in Valnerina: culla del monachesimo occidentale

8 gennaio 2011

Francesca Romana Plebani

di Francesca  Romana Plebani

Di origini antichissime, l’Abbazia di S.Eutizio si trova a Preci in Valnerina a circa 18 Km. da Norcia, e per diversi secoli fu il centro ispiratore di tutte le attività della valle e culla del monachesimo occidentale. Fu fondata agli inizi del V sec. dai monaci Siriani (i Padri del Deserto) giunti in Valnerina[1], la cui conduzione di vita suscitò l’ammirazione delle persone del luogo che si unirono ad essi proseguendone la loro esperienza.

Le vicissitudini e la costituzione della “congrega” videro emergere la figura di S. Spes, guida spirituale di S. Benedetto, di S. Eutizio e di S. Fiorenzo. Come tramandato da S. Gregorio Magno, fu S. Spes, nel 470 d.C., a fondare questa abbazia, o meglio, a far erigere un oratorio dedicato alla Vergine, su cui quindi sorse l’intero complesso.

A questo stesso momento storico, si fa risalire, infatti, la costituzione di una comunità definita ed organizzata. Morto S. Spes, gli successe S. Eutizio, al quale vennero riconosciute grandi virtù, e che divenne, così, la guida spirituale del cernobio. La comunità ebbe un notevole impulso in questo periodo. Venne eretto il primitivo monastero, e di seguito, la chiesa nella quale, alla sua morte, vennero deposte le stesse spoglie di S. Eutizio.
Nel periodo altomedievale molte donazioni arricchirono l’Abbazia, che in primo luogo acquisì diritti feudali su un vasto territorio esteso fino all’Adriatico, e che divenne una Congregazione propria. Il complesso di S. Eutizio, a differenza delle abbazie di Farfa e Montecassino, non fu distrutto nè dalle incursioni dei Longobardi, né cadde ad opera dei Saraceni.
Nei “tempi bui” del Medioevo molti Vescovi di Spoleto furono monaci eutiziani. La prosperità di cui godeva l’Abbazia permise ai monaci di migliorare gli edifici, di dotarsi di una biblioteca e di un operoso “scriptorium”. Questo la resero uno dei più rilevanti poli religiosi e culturali dell’Italia centrale per quel periodo. Non è un caso, infatti, se proprio dall’abbazia di S. Eutizio proviene il più antico documento in volgare dopo il Placito di Montecassino: la “Confessio Eutiziana”, risalente alla metà dell’XI sec.
Vanto della biblioteca eutiziana erano i testi tramandati, i quali conservavano gli antichi trattati della medicina greca e romana, e gli erbolari in cui erano enucleate le virtù curative delle erbe. I monaci arricchirono queste conoscenze con l’esperienza e dettero origine ad una importante scuola medico-chirurgica specializzata, la Scuola Chirurgica Preciana. Infatti, quando i Concilii proibirono agli ecclesiastici di esercitare l’arte medica, l’ordine monastico eutiziano trasmise il suo sapere agli abitanti dei paesi circonvicini, allora soggetti all’Abbazia.

Nel 1180, l’abate Teodino I diede inizio ai lavori per il restauro e l’ampliamento della chiesa. L’opera si conclusenel1236,sotto il successore Teodino II. Anche S. Francesco d’Assisi ebbe rapporti con l’Abbazia: egli ottenne dall’abate Raynaldus la chiesa di S. Cataldo al Valloncello per erigervi un lebbrosario.

Attualmente la chiesa, cuore dell’abbazia, mostra, ancora priva di manomissioni, la superba facciata ingentilita da un rosone in stile romanico-spoletino. All’interno, sottostante ad un presbiterio decisamente rialzato, è conservata un’ampia cripta, le cui volte poggiano su due massicce colonne in pietra locale di probabile pertinenza all’antico oratorio. Un pregevole tempietto, nel quale si conservano le spoglie di S. Eutizio, occupa il centro del presbiterio. Il monumento, la cui pregevole realizzazione fu attribuita a Rocco da Vicenza, venne scolpito nel 1514, su commissione dell’abate Scaramellotti. Posto a contornare il tempietto, sempre di realizzazione coeva, un coro intagliato in legno di noce, opera di Antonio Seneca, artigiano della vicina Piedivalle.

Il complesso dell’abbazia si affaccia su due cortili: il primo, il più ampio e dominato dalla chiesa è meravigliosamente ingentilito da due splendide bifore trecentesche; l’altro presenta una fontana, ad ornamento della quale, venne posta una transenna in pietra, scolpita a losanghe. Tale transenna, riferibile all’VIII sec., dovette appartenere alla antica chiesa dedicata alla Vergine.

Molto suggestive sono le grotte dove si ritirarono S. Eutizio e S. Fiorenzo, scavate nello sperone roccioso che sovrasta a picco l’Abbazia e, sulla cui sommità venne poi eretto il campanile. Nel X secolo vicino alle grotte fu costruito in pietra un piccolo eremo, con la cappella dedicata a san Fiorenzo. Si deve a Legambiente il recupero e la valorizzazione del percorso naturalistico e storico che si diparte dalle grotte di V sec. e giunge sino a Norcia, attraversando gli senari della Val Castoriana.

http://www.museiecclesiastici.it/museisingoli.asp?museoId=21#

Curiosità:  Oggi in questo luogo isolato ma ricco di storia vive un altro eremita “venuto da lontano”: un giovane polacco di nome Tadeusz , la cui vocazione lo ha condotto a vivere da anacoreta nei luoghi che furono di San Benedetto. Il monaco ha già restaurato la cappella dedicata al san Fiorenzo e lì ne ha ricavato una minuscola stanza dove vive. Due piccoli pannelli solari gli forniscono l’energia per illuminare la sua cella, mentre una semplice stufa a legna gli è funzionale per riscaldarla nei lunghi mesi d’inverno.

http://domenica.niedziela.pl/artykul.php?dz=swiat&id_art=00008

[1] Nel V secolo – in seguito alle persecuzioni dell’imperatore Anastasio Dikoro che sosteneva l’eresia ariana e del vescovo Severio di Antiochia – circa 300 monaci salirono sulla nave che li portò dalla Siria ad Ostia, in Italia. A Roma i monaci chiesero al Papa di affidare loro una zona isolata e tranquilla dove poter fare la vita eremitica. Il Papa li mandò nelle valli tra Spoleto, Cascia e Norcia. Un gruppo di monaci formò un importante insediamento eremitico a Monteluco di Spoleto, mentre circa 50 di loro, guidati da Santo Spes, arrivarono alla valle chiamata “Valcastoriana”. Lì formarono una piccola comunità dove oggi si trova l’abbazia di Sant’Eutizio e 15 eremi sparsi sulle montagne circostanti.

Sant’Anatolia di Narco, la chiesa di San Felice: i Santi contro il Drago.

10 dicembre 2010


Timpano, raffigurazione dell'Agnus Dei

di Francesca Romana Plebani e Benedetta Martini

Francesca Romana Plebani

Castel San Felice (frazione di Sant’Anatolia di Narco), castello medievale cinto da mura nelle quali si aprono tre porte di accesso, custodisce alle sue pendici il complesso abbaziale di San Felice di Narco. L’abbazia, che trae il nome dagli eremiti che per primi abitarono questo luogo, si incontra in mezzo alla piccola valle, lambita dal  fiume Nera che nel corso del tempo ne ha disegnato i contorni.

Benedetta Martini

Il complesso santuariale per tradizione si fa risalire all’Alto Medioevo, anche se l’edificio, in quel periodo, era di natura diversa da quella attuale. In principio l’area era un cenobio[1] fatto erigere da San Mauro di Siria, padre di San Felice[2]. Dell’edificio precedente alla chiesa non rimango tracce, se non nella tradizione.

La chiesa venne edificata nell’aspetto ancora oggi conservato nel 1194. In un manoscritto miniato del XII secolo proveniente da questa chiesa si trova infatti questa preziosa indicazione, che la specifica come eretta in questa data, a rifacimento di un preesistente edificio realizzato dai benedettini dopo la bonifica delle paludi circostanti. Della sua fondazione si trovano notizie in due Codici, i cosidetti “Leggendari del Capitolo del Duomo di Spoleto”, oggi conservati

Chiesa di San Felice

nell’archivio Capitolare di Spoleto. Menzione della chiesa si ritrova inoltre attestata nelle “Rationes Decimarum” del 1333 e 1334 e nel “Codex Pelosius”, redatto dalla diocesi di Spoleto nel 1393[3].

[1] Il cenobio è una comunità di monaci riuniti in un monastero sotto la medesima regola.

[1] Nella scena dell’uccisone del Drago, effigiata nel fregio decorativo al di sotto del rosone, compaiono entrambi i santi.

[1] Ulteriori documenti del 1254 e del 1257 la collocano sotto la giurisdizione della Pieve di Santa Maria di Narco (oggi distrutta)

Castel San Felice

Il santuario prende il nome dalla leggendaria figura di San Felice, personaggio i cui contorni si sfumano in quelli di eroe locale, e a cui la tradizione attribuisce la miracolosa uccisione del Drago che infestava la zona. Il Drago, figura dal complesso significato sia pagano che cristiano, oltre ad essere il simbolo della malaria che infestava i bacini[4], presso gli antichi cristiani era l’emblema del paganesimo. Nel caso specifico, la vittoria su questo mitico animale va ricondotta all’idolatria vinta dall’apostolato dei santi e, più verosimilmente, ad un’opera di bonifica della zona, un tempo paludosa[5]: non casualmente, la chiesa è situata proprio lungo il corso del Nera.

Uccisione del drago per mano di San Felice

La chiesa, in architettura romanica, è di notevole pregio. La facciata a doppio spiovente, oggi mutila del loggiato, presenta un magnifico rosone riquadrato e, posti al di sotto di questo, due bassorilievi istoriati: il primo, raffigurante la leggendaria uccisione del Drago, l’altro, la resurrezione di un bambino. Nel timpano è invece rappresentato l’Agnus Dei. Nella parte inferiore si apre il portale con arco a tutto sesto, lunettato.

L’interno della chiesa, ad un’unica navata, presenta un presbiterio rialzato e delimitato da plutei cosmateschi[6]. L’abside esternamente è diviso in cinque paraste[7], collegate tra loro da tre archetti che presentano due monofore negli intradossi[8].

Adorazione dei Magi

Della decorazione originale della chiesa rimangono solo alcuni lacerti, di cui l’unico di chiara identificazione è quello con la raffigurazione dell’Adorazione dei Magi. Si conserva, inoltre, un pannello con angelo che assiste al giudizio delle anime penitenti, rappresentate sui piatti di una bilancia, e nell’abside semicircolare  un Cristo Benedicente, opera del Maestro di Eggi (attivo anche nella vicina chiesa di Santa Cristina presso Caso).

Dal presbiterio, per mezzo di due scalinate laterali, si accede alla cripta, in cui è conservato un sarcofago, che la  tradizione ricorda come quello di San Felice.

Polla surgiva

Degna di nota è, infine, una polla sorgiva che sgorga presso il lato dell’abbazia più vicino al fiume. A questa fonte vengono attribuite fin dal Medioevo proprietà benefiche e guaritrici. La vasca originale della fonte è tornata ad essere visibile a seguito del suo ripristino, compiuto insieme al restauro del complesso abbaziale, avvenuto in occasione del Giubileo del 2000.

Sapiente esempio di integrazione che coniuga bellezza antica ed esigenze moderne, l’abbazia attualmente dispone al suo fianco una struttura ricettiva dall’aspetto esterno in pietra a faccia vista e dotata internamente di tutti i comfort.

Vale, inoltre, la pena ricordare la “Fiera dei Fiori”, mostra mercato di giardinaggio  e di florovivaismo, ospitata annualmente nello  spazio prativo dell’abbazia, durante i primi giorni di maggio.

Bibliografia:

L. Fausti, Le chiese della diocesi spoletina nel XIV secolo, in Archivio storia ecclesiastica umbra 1, pp. 129-205, Foligno 1913.

P. Sella, Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV: Umbria, Roma 1952

B. Sperandio, Chiese romaniche in Umbria, Perugia 2001.

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La storia dell’abbazia di Santa Croce di Sassovivo in un saggio di Melinda Cavalli

9 novembre 2010

Abbazia di Santa Croce di Sassovivo Foligno (PG) 13 novembre 2010 ore 16.00

Torna alla luce un documento inedito di assoluto valore che racconta rilevanti particolari sulla storia di uno dei più insigni monumenti nel territorio di Foligno

Pergamena di Sassovivo

Il fascino e l’emozione del ritrovamento di quest’antico foglio di pergamena rivivranno una seconda volta. Torna alla luce un documento inedito di assoluto valore che racconta rilevanti particolari sulla storia di uno dei più insigni monumenti nel territorio di Foligno, l’Abbazia di Santa Croce di Sassovivo. Protagonista dell’appuntamento di sabato 13 novembre alle ore 16 presso la stessa Abbazia sarà la copia notarile duecentesca del privilegio di papa Alessandro IV, il cui originale, datato 28 agosto 1256, è andato perduto. Il privilegio apostolico è il documento “solenne” della cancelleria papale ed era destinato principalmente a monasteri, ma anche a episcopati e capitoli cattedrali urbani. L’iniziativa è promossa dalla Società Sistema Museo in collaborazione con i Piccoli Fratelli Jesus Caritas, Club Unesco-Foligno e Valle del Clitunno e Deputazione di storia patria per l’Umbria.

Aprirà l’incontro la presentazione del saggio “Per la storia dell’abbazia di Santa Croce di Sassovivo: un restituito testimone del privilegio di papa Alessandro IV (1256)”, opera di Melinda Cavalli con Attilio Bartoli Langeli, pubblicata in “Bollettino della Deputazione di storia patria per l’Umbria” (volume CVII, 2010), già suo oggetto di tesi di laurea specialistica in storia dell’arte.

Interverranno all’incontro: Attilio Bartoli Langeli Presidente della Deputazione di storia patria per l’Umbria,  Mario Squadroni Soprintendente archivistico per l’Umbria, Gian Carlo Sibilia Priore Generale dei Piccoli Fratelli Jesus Caritas, Maria Vittoria Garibaldi Soprintendente per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici dell’Umbria, Roberto Bertini Assessore al turismo – sport – agricoltura – controllo costruzioni e protezione civile – gestione e controllo ambientale della Provincia di Perugia

Alle ore 17.15 è prevista una visita guidata all’abbazia benedettina, diventata nel maggio 2010 patrimonio dell’Unesco. A suggello di tale riconoscimento è stata apposta una lapide che evidenzia non solo l’alta qualità storico-artistica e ambientale dell’edificio, ma anche la”vocazione di pace” alla quale l’Abbazia è rimasta fedele dalla sua fondazione. Un aperitivo offerto dal Club Unesco-Foligno e Valle del Clitunno concluderà la serata.

Breve storia dell’Abbazia di Santa Croce di Sassovivo

Arroccata in un idilliaco paesaggio naturale, a breve distanza dalla città di Foligno, l’Abbazia di Santa Croce in Sassovivo si staglia con la sua mole di pietre calcaree sul cupo bosco di lecci che riveste le pendici dei monti circostanti. Il nucleo originario dell’insediamento religioso risale al 1082, quando l’eremita Mainardo di Sitria vi si insediò, grazie all’ospitalità concessagli dai conti di Uppello e ne  divenne il primo abate.

Nel corso dei secoli l’abbazia crebbe e prosperò in grande stima, accumulando nel tempo numerose donazioni e concessioni pontificie. Dal cortile superiore si entra nella Chiesa ricostruita dopo il terremoto del 1832, a destra è un altare e nella parete vi sono diversi frammenti pittorici quattrocenteschi. Dall’atrio che precede la chiesa, una porticina conduce al bellissimo chiostro romanico (1229), opera del maestro romano Pietro de Maria: nel mezzo del chiostro è la vera della sottostante cisterna, costruita nel 1340 e rimaneggiata nel 1623. Scendendo per uno scalone seicentesco si accede alla Loggia del Paradiso con frammenti di affreschi monocromi del primo Quattrocento forse opere di Giovanni di Corraduccio. Infine è possibile visitare la cripta di San Marone, un eremita siro-babilonese vissuto nel IV secolo presso la città di Tiro, le cui spoglie furono trafugate il 25 novembre del 2005. Nei terremoti che sconvolsero le città dell’Umbria nel 1832, l’abbazia di Sassovivo fu gravemente danneggiata e i monaci ne cedettero i diritti al vescovo di Foligno (1834). In seguito all’unità nazionale (1860) l’immobile fu demaniato e diviso tra  lo Stato, la mensa vescovile e la famiglia Clarici di Foligno

Presentato a Città della Pieve il libro di Luciano Vagni “Il cielo degli Etruschi”

28 ottobre 2010

Ing. Luciano Vagni, Ing. Giovanni Orlandi, Arch. Franco Anesi

di Francesco La Rosa

Presentato a Città della Pieve nella sala dell’astronomia presso il Centro Congressi dell’Associazione Etica Vivente il libro sugli “Etruschi sotto la Cattedrale” “Il Cielo degli Etruschi”, scritto da Luciano Vagni a seguito degli scavi eseguiti a San Lorenzo per il consolidamento delle fondazioni della Cattedrale di Perugia.

Alla presentazione è seguito un convegno che ha affrontato il tema della corrispondenza, tipica del popolo etrusco, fra il macrocosmo cielo ed il microcosmo sulla terra, in particolare la città di Perugia e le altre città etrusche.

Perugia Cattedrale e p. IV Novembre

Il tema, a prima vista difficile e di chiari riferimenti esoterici è risultato alla luce dei fatti una puntuale corrispondenza geometrica e stellare delle città  del popolo etrusco che, come è noto, era un attento e valente osservatore astronomico e delle costellazioni.

Strada sotto la Cattedrale

Il tema, come era prevedibile,  ha destato la grande curiosità di un pubblico particolarmente attento e qualificato del mondo scientifico ed intellettuale, tanto è vero che sono state numerose le domande che hanno tenuto alto il livello del dibattito che ne è seguito e per certi versi inaspettato.

Si spera che l’eco di queste giornate di  riflessione dia l’opportunità di nuovi incontri magari prima dell’apertura ufficiale al pubblico degli scavi prevista all’inizio del 2011.

L’apertura e la levatura delle menti che hanno partecipato al dibattito ha dato per certa l’ipotesi di corrispondenza che ancora oggi il mondo accademico ufficiale, soprattutto nel settore storico archeologico ha difficoltà ad accettare.

Da registrare la gradita presenza fra il pubblico di Maria Rosi, neo eletta in consiglio regionale che già da tempo segue con particolare interesse ed attenzione i risultati degli scavi e che ha rilevato che la comprensione di certe opere presuppone uno studio interdisciplinare e che non può essere limitato, come interdisciplinare è stata la partecipazione del pubblico costituito da scienziati del mondo umanistico e tecnologico

A SCHEGGIA (PG) RITORNANO I TEMPLARI

7 ottobre 2010
Abbazia di Sant'Emiliano in Congiuntoli

A 700 anni dal processo ai Templari del Monte Cucco del 1310, l’abbazia di Sant’Emiliano e il borgo di Pascelupo ospitano una commemorazione storica che prevede un congresso nazionale, una tavola rotonda di proposte tra Umbria e Marche, una rievocazione medievale con Torneo dei Templari ed escursioni.

Saranno tanti i relatori a cedersi il passo sabato 9 ottobre, a partire dalle 9,30, all’abbazia di Sant’Emiliano in Congiuntoli. Esperti di storia templare e in seguito figuranti in costume ad animare la giornata, oltre alla tavola rotonda tra Marche e Umbria, tra Perugia e Ancona e i Comuni coinvolti nel progetto, per confrontarsi ancora sul territorio, con idee e proposte degli amministratori. La conclusione dei lavori (durante i quali sarà presentato anche un particolare e tipico “Menù dei Templari”) è prevista nel pomeriggio, con la possibilità di bus navetta per il castello di Pascelupo che, già dal primo pomeriggio, ospita i mercatini per le botteghe del borgo e giochi medievali. A popolare il castello, poi, in serata, corteo storico (accompagnato dai tamburini di Scheggia), sbandieratori (con il gruppo di Gualdo Tadino), figuranti, falconieri e mangiafuoco,  spettacolare e competitivo il Torneo medievale dei Templari con le gare degli arcieri storici in notturna nel piazzale della chiesa di San Bernardino.

Domenica 10 ottobre c’è ancora il territorio al centro della prima edizione di “La Montagna Unisce”: si parte presto, con escursioni guidate sui due versanti dell’Appennino umbro-marchigiano e ritrovo nel primissimo pomeriggio a Scheggia, dove, con la presentazione del progetto, sono previsti anche assaggi di prodotti tipici e visita guidata del paese.

Info: Comune di Scheggia e Pascelupo  – Tel. 075 9259722

Fax 075 9259724 – info@comunescheggiaepascelupo.it –

L’ascesa dei Templari

3 ottobre 2010

Nello stesso anno (1118), alcuni nobili cavalieri, pieni di devozione per Dio, religiosi e timorati di Dio, rimettendosi nelle mani del signore patriarca per servire Cristo, professarono di voler vivere perpetuamente secondo le consuetudini delle regole dei canonici, osservando la castità e l’obbedienza e rifiutando ogni proprietà. Tra loro i primi e i principali furono questi due uomini venerabili, Ugo di Payens e Goffredo di Saint-Omer…” [Guglielmo di Tiro, XII sec.]

Ricostruire i primi anni di vita dell’Ordine dei Templari è molto difficile, in quanto le fonti in possesso degli studiosi sono poche e frammentarie; inoltre la loro veridicità è stata messa in dubbio dal controverso “Documento Rubant”, che afferma che Filippo il Bello, sottraendo i documenti dell’Ordine, avrebbe preso dei falsi.

Il primo testo templare ufficiale è datato 1128, quando il Concilio di Troyes approvò la Regola Templare. Sebbene i Templari avessero indicato il 1119 come l’anno della fondazione dell’Ordine, la maggior parte degli studiosi anticipa il momento storico: sarebbe stato infatti il 1118 l’anno in cui Re Baldovino II mise a disposizione dei Cavalieri di Cristo alcuni locali nei pressi delle rovine del Tempio di Gerusalemme.

I Templari non furono in realtà il primo Ordine religioso nato dopo la vittoriosa crociata in Terra Santa. Goffredo di Buglione, nel 1099, aveva fondato l’Ordine del Santo Sepolcro; poi nacquero l’Ordine di San Giovanni dell’Ospedale (Ospitalieri) e di Santa Maria di Gerusalemme (Teutonici); infine venne l’Ordine del Tempio.

Il primo simbolo dei Templari rappresentava la cupola della Rocca e due cavalieri su un cavallo.

Nel 1120, davanti al patriarca di Gerusalemme Gormond de Picquigny, i Templari pronunciarono i voti di castità, obbedienza e povertà, aggiungendone un quarto: quello della lotta armata contro gli infedeli. Tutti e quattro i voti furono benedetti dalla Chiesa.

In seguito al Concilio di Troyes e alla pubblicazione del “De Laude Novae Militiae” di Bernardo di Chiaravalle, i Cavalieri del Tempio cominciarono la loro inarrestabile ascesa: per oltre due secoli l’Ordine accumulò – grazie a lasciti, donazioni, terre, castelli, casati – ricchezze e potere, tanto da divenire in breve tempo temuto e rispettato.

I Templari usarono l’Occidente come un immenso magazzino, predisponendo in tutta Europa sedi centrali e periferiche di riferimento per le loro attività economiche, militari, politiche.

In Italia il Regno di Sicilia divenne la prima provincia templare (la Puglia in particolare), dove vennero impiantati casali, masserie e grange. Conductores scelti dai Templari praticavano l’agricoltura e gestivano le risorse sul territorio italico.

Navi cariche di carne, cereali, legumi salpavano frequentemente dai porti meridionali dirette verso la Siria, per rifornire le proprietà Templari d’oltremare. Le regioni mediorientali dipendevano sempre di più dall’Occidente a causa della progressiva perdita di terreni a favore dei Saraceni, in una guerra senza quartiere che non conosceva pause (Dopo il 1291 le scorte alimentari via mare si fermarono a Cipro).

Una seconda, importantissima, fonte di reddito per i Templari era costituita dall’attività bancaria. La regola del Tempio voleva che, chiunque entrasse nell’Ordine, doveva donare le proprie terre e ricchezze ad esso per rispettare il voto di povertà. Ma poiché in ogni casa o tempio vi era denaro contante, i Cavalieri cominciarono a prestare delle somme ai pellegrini spagnoli che intendevano viaggiare in Terra Santa (1135). L’attività finanziaria crebbe e assunse un’efficienza tale da coinvolgere interi Stati europei, che chiedevano denaro in prestito o davano mandato ai Templari di gestire la cassa reale (come ad esempio la Francia). Il problema dell’interesse richiesto (che rasentava l’usura) venne abilmente eluso grazie ai tassi di cambio delle valute e grazie ad un accordo che assegnava all’Ordine i diritti della produzione sulle proprietà ipotecate.

La potenza politica e finanziaria dei Templari preoccupò fortemente la Chiesa e i suoi ordini, che cercavano di mantenere il controllo sugli Stati europei. Le stesse famiglie reali temevano i Templari, verso i quali accumulavano debiti ingenti anno dopo anno. I cavalieri del Tempio possedevano ormai terre in tutta Europa e in Medio Oriente, e la loro influenza sulle vicende storiche più importanti era continua.

Dal punto di vista militare l’Ordine non era inferiore, come organizzazione e come abilità, agli eserciti dei più grandi Stati. I Templari, oltre alle battaglie in Terra Santa, parteciparono alla Reconquista di Spagna e Portogallo, guadagnando possedimenti importanti sulla frontiera tra le terre cristiane e quelle musulmane.

Il coraggio in battaglia, il fervore con il quale seguivano le regole del Tempio, la tenacia, l’astuzia, l’abilità con la quale controllavano l’Occidente e combattevano in Oriente, alimentò il mito dei Templari e li rese invincibili agli occhi della popolazione. Ma per la Chiesa e per i sovrani, l’Ordine costituiva ormai solo un pericolo.

Flaminia in giallo, Danila Comastri Montanari: come un detective dell’antica Roma racconta i beni archeologici.

27 settembre 2010

sabato 2 ottobre, ore 15.00

La scrittrice di gialli storici Danila Comastri Montanari, autrice della serie di Publio Aurelio Stazio, nei giorni 1/2/3 ottobre visita Carsulae,Terni, Otricoli, Narni e la Cascata delle Marmore. A Carsulae, attraverso le sue spy stories, ci conduce dentro l’indagine più avvincente sull’archeologia romana.

L’evento è gratuito.

Rievocazioni storiche – L’Alto Tevere rivive i sogni dell’antica Repubblica di Cospaia

26 agosto 2010

Daniela Frullani

Un nuovo sigaro toscano, rigorosamente con la fascetta “tricolore” denominato “Cospaia”, per veicolare da un lato i valori repubblicani e dall’altro l’immagine di un territorio che ha saputo realizzare sogni di libertà ed emancipazione. Nella giornata di presentazione ufficiale della seconda Rievocazione storica dell’antica Repubblica di Cospaia (in programma per il 4 e 5 settembre 2010 nel comune di San Giustino), il presidente della Provincia di Perugia Marco Vinicio Guasticchi insieme alla presidente della Fondazione per il Museo storico scientifico del tabacco Daniela Frullani, lancia la proposta, che verrà presto formalizzata ai Monopoli di Stato, di creare un nuovo marchio, quello appunto del Sigaro di Cospaia, in occasione delle cerimonie per i 150 anni dell’Unità d’Italia.

Due giornate, quelle appunto del 4 e 5 settembre prossimo, volute dalla Fondazione per il Museo Storico Scientifico del Tabacco e dal Comune di San Giustino, in collaborazione con le associazioni del capoluogo, gli operatori economici e gli abitanti, per ridare vita a quella che fu la più piccola repubblica della storia grazie alla capacità dei suoi abitanti che seppero approfittare di un banale errore di riconfinazione tra il Granducato di Toscana e lo Stato Pontificio. Per circa 400 anni, dal 1441 al 1826, dunque senza un riconoscimento ufficiale vero e proprio, ma con il beneplacito dei due stati confinanti, riuscirono a mantenersi liberi con capacità diplomatiche e con i frutti del contrabbando. Per secoli infatti, questa fu una terra di contrabbandieri, fuoriusciti politici e esiliati, meta di chi voleva ricostruirsi una vita, luogo dove si esercitò una forma di democrazia diretta.

Gubbio, lo Studiolo del Palazzo Ducale voluto dal Duca Federico da Montefeltro.

15 giugno 2010

Vincenzo Ambrogi

di Vincenzo Ambrogi

Lo Studiolo è la stanza più importante del palazzo di un Principe del Rinascimento italiano, uno spazio segreto dove questi si ritira per studiare e pensare. Di solito è un piccolo vano, ricco di decorazioni, rivestito di pannelli intarsiati e pitture.
Con il decadere delle Signorie, gli Studioli hanno dovuto quasi sempre subire un sistematico saccheggio con la diaspora o la scomparsa di arredi e dipinti. Un destino simile aveva conosciuto lo Studiolo del Palazzo Ducale di Gubbio voluto dal Duca Federico da Montefeltro.
L’opera era stata realizzata tra il 1475 ed il 1482 su probabile disegno di Francesco di Giorgio Martini, coadiuvato dai fratelli Giuliano e Benedetto da Maiano, per gli intarsi, e da Giusto di Gand, per le tavole dipinte. Queste ultime furono smontate nel 1673 e successivamente vendute a musei di Londra e Berlino. La parte lignea invece fu smantellata nel 1874 e, dopo vari passaggi di proprietà, fu acquisita nel 1939 dal Metropolitan Museum di New York.
Con grande coraggio si è deciso di eseguire una replica “reale” e non virtuale o fotografica dello Studiolo. L’idea è nata nel 2002 da un’iniziativa dell’Associazione Maggio Eugubino coofinanziata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia. Gli artigiani in grado di replicare lo Studiolo, sono stati identificati nei maestri ebanisti eugubini Marcello e Vincenzo Minelli, che vantavano una grande esperienza nel restauro e riproduzione del mobile antico. Il progetto è stato portato a termine con successo dopo sette anni di lavoro e adesso Gubbio ha di nuovo il suo Studiolo.
I grandi pannelli intarsiati, che ne rivestono la parte inferiore sono impostati su giochi di illusione ottica con falsi sedili, false scansie con sportelli semiaperti dentro le quali si intravedono numerosi oggetti della vita abituale del Duca, come l’armatura, gli strumenti musicali e i libri, e i simboli a lui cari: l’ermellino, simbolo di purezza, animale che non vuole mai sporcarsi, preferendo piuttosto la morte, e che si ricollega al Collare dell’ermellino, onorificenza concessa al Duca dal Re di Napoli; la Giarrettiera, simbolo dell’ordine cavalleresco conferito dal Re d’Inghilterra.
Ma negli oggetti ci sono significati più profondi. Lo Studiolo è lo spazio in cui il mondo reale e quello ideale dei neoplatonici si toccano. Ogni oggetto è un simbolo che ha una collocazione precisa nell’universo e che trae origine sia dalla tradizione pagana, che da quella ebraico-cristiana.
In primo luogo si dovranno interpretare i simboli legati alle Muse (la sfera dei sensi, emanatio secondo i neoplatonici): il libro e lo stilo di Callìope (poesia epica), la ribeca di Talìa (commedia), il corno di Melpòmene (tragedia), l’arpa di Èrato (poesia amorosa), la cìtola di Tersìcore (danza), l’organo di Polìmnia (musica sacra), il doppio flauto di Eutèrpe (musica), la pergamena di Clio (storia), il compasso di Urania (astrologia).
Poi quelli delle arti liberali (la sfera della conoscenza, vivificatio per i neoplatonici) con il mazzocchio, un copricapo simile ad una ciambella sfaccettata a scacchi bianchi e neri, centro di molteplici giochi prospettici, che insieme alla squadra ed al filo a piombo, è simbolo della Geometria, la scatola di granuli dell’Aritmetica e la sfera armillare dell’Astronomia. La Musica, oltre ai vari strumenti musicali, è rappresentata dalla chiave a forma di “Tau” per accordare l’arpa, che ha anche la forma di una piccola croce egizia ansata. La Retorica è simboleggiata dal pappagallo nella gabbia, la Grammatica dal vaso a due manici e la Logica dalla chiave.
Ed in terzo luogo quelli legati alle Virtù cardinali (la sfera morale, la remeatio dei neoplatonici): la spada sguainata, pronta sempre a colpire, è la Giustizia, il pugnale nel fodero, la Temperanza; la mazza, la Fortezza; lo specchio, la Prudenza; e quelli legati al fluire del tempo: la clessidra, il candelabro con la candela, ed il brano dell’Eneide che descrive la morte di Pallante: “A ognuno il suo giorno breve e irreparabile è il tempo della vita per tutti: ma estedere la fama con i fatti è proprio della virtù.” Queste parole risuonano come il testamento spirituale del Duca, che probabilmente al tempo dell’ultimazione di questo pannello era già morto.
Lo Studiolo è completato dalle tavole dipinte con le sette Arti liberali, oggi riproposte nei soli quattro esemplari di cui ci sia giunta documentazione fotografica. I dipinti rappresentano una figura maschile inginocchiata al cospetto della personificazione di un’arte liberale assisa in trono. L’elegante inscrizione in latino sottostante spiega come questi uomini, definiti come “eterni alunni” debbano sottomettersi a questa donna, chiamata “Veneranda Madre” che potrebbe essere interpretata come la Sapienza, o meglio la Filosofia, la massima espressione del pensiero dell’uomo. Questo è, in ultima analisi, il messaggio nascosto nello Studiolo: l’iniziato dovrà interpretare tutti i simboli e ricostruirne l’ordine, costituendo così un percorso che dovrà elevarsi fino a livelli di Conoscenza sempre più elevati.

Bernardo di Clairvaux e la militia Christi templare

12 aprile 2010

di Christian Grasso

Le origini dell’Ordine templare sono in qualche modo legate al nome di Bernardo di Fontaine (1090-1153), primo abate del monastero cistercense di Clairvaux. Il ruolo da lui giocato nel Concilio di Troyes (13 gennaio 1129), durante il quale viene stilata la Regula latina del primo Ordine religioso-miltare, e la redazione dell’ormai celebre Liber ad milites Templi – De laude novae militiae hanno garantito a Bernardo il

Christian Grasso

 diritto di essere considerato come uno degli artefici principali del successo dei cavalieri templari. E non c’è alcun dubbio che l’influenza di cui allora godeva l’abate di Clairvaux a livello politico ed ecclesiastico sia stata decisiva per la legittimazione storica e religiosa dei templari.

In effetti, Bernardo è stato l’unica personalità a esprimersi apertamente sul valore della missione a cui Ugo di Payens e il gruppo di cavalieri da lui guidato intendevano perseguire. Il magister della fraternitas templare, nata e legittimata in Oriente intorno al 1120, aveva però dovuto faticare non poco prima di trovare un interlocutore capace di dare una risposta concreta ai dubbi che attanagliavano i suoi seguaci e che probabilmente avevano un eco anche nell’opinione pubblica. Il punto delicato della proposta di Ugo di Payens era proprio quella di unire nella nuova figura del miles templare preghiera ed esercizio delle armi. Poteva un cavaliere che professava i voti di povertà, castità e obbedienza, e che nello stesso tempo ambiva a dare un valore spirituale al proprio impegno, combattere ed eventualmente uccidere? Questa, in sintesi, era la domanda che i primi templari si ponevano e ponevano alla società del tempo. Bernardo di Clairvaux non fu il solo ad esprimere la sua opinione in merito. Un certo e misterioso Hugo peccator, la cui identità è per gli stessi storici ancora un enigma (si tratta di Ugo di Payens o del canonico vittorino Ugo di San Vittore ?), e il monaco certosino Guigo I intervennero nella discussione redigendo delle lettere in cui declinavano la questione nell’ottica del combattimento spirituale con cui ogni cristiano è tenuto a confrontarsi per liberarsi dal male e dal peccato che si annida nel proprio intimo. Bernardo di Clairvaux, da parte sua, preferì affrontare il problema nella sua complessità inserendo la sua riflessione sul novus miles in una prospettiva nuova e, per certi aspetti, rivoluzionaria.

Il suo De laude novae militiae è certamente un testo finalizzato a presentare a un ampio pubblico la novità templare, formalmente riconosciuta dal Concilio di Troyes, ma è anche un exhortatorium sermo rivolto agli stessi milites del Tempio invitati a conformarsi ad un nuovo ideale di vita cavalleresca radicalmente diverso da quello rappresentato dalla militia saecularis. Scopo dell’opera di Bernardo non è perciò soltanto quello di legittimare ruolo e funzione della nuova cavalleria, ma anche quello di dotarlo di una precisa e convincente fisionomia spirituale. Di qui la complessità del De laude che per essere compreso va letto nella sua integralità.

Nella prima parte del suo trattato, Bernardo affronta con decisione le questioni per così dire più pratiche e delicate. In questo senso riprende e sviluppa la riflessione agostiniana sul bellum iustum, legando ai principi della bona causa e della recta intentio l’azione militare a cui il templare è chiamato a contribuire in vista della difesa della Terra Santa dall’aggressività dei musulmani. In tale contesto, volto a presentare il ricorso alla forza come legittimo se finalizzato ad un’azione difensiva, Bernardo ricorre a un linguaggio intessuto di riferimenti militari e citazioni bibliche desunte dall’Antico Testamento che si rivelano quasi come un’introduzione alla seconda e molto più lunga parte del De laude. In essa l’abate cistercense lascia ampio spazio all’interpretazione simbolica e allegorica dei nomi dei principali Luoghi Santi. La lettura di queste pagine, tanto suggestive quanto esigenti, è fondamentale se si vuole davvero valutare la prospettiva da cui Bernardo interpreta l’esperienza templare. Quello che, in effetti, egli vuole indicare è il cammino di conversione del novus miles che è invitato a vivere nell’imitazione del Cristo. Del resto, se Bernardo concede ai templari il titolo onorifico di milites Christi, fino ad allora riservato solo ai martiri e ai monaci impegnati nel cammino di perfezione cristiana, è proprio perché li considera come dei cavalieri che hanno assunto un impegno religioso formalizzato dai voti emessi e dall’impegno a vivere nell’obbedienza di una Regula (che egli chiama “disciplina”). Bernardo presenta ai templari la propria visione del monachesimo incentrata sulla carità fraterna, l’obbedienza e la povertà e ad essa incita a conformarsi. La lotta del templare è così, almeno dal suo punto di vista, indirizzata non solo verso i musulmani, ma anche contro i vizi e i peccati che ostruiscono la via verso la santità. Queste due diverse prospettive sono complementari nel De laude, che gioca molto sui due registri di lettura, quello letterale e quello simbolico. Un esempio in tal senso celebre è relativo al neologismo coniato da Bernardo di malecidium, che è appunto l’uccisione del nemico (fisico) in quanto figura del Male.

Molte sono, come si può intuire, le suggestioni e gli spunti che la lettura del De laude è in grado di offrire. Si tratta di un testo che è certamente complesso anche in conseguenza della proposta che nasconde, che è in definitiva quella di unire l’ideale del cavaliere alla vocazione del monaco. Tale complessità non deve tuttavia scoraggiare. Anzi, deve essere una ragione in più per confrontarsi con un testo e un autore capaci di sorprendere e delle volte anche di interrogare.

E per coloro che volessero impegnarsi in tale sfida di lettura e di comprensione ci sia – infine – consentito indicare un piccolo ma prezioso volume edito da un fine conoscitore dell’abate cistercense, Jean Leclercq (San Bernardo e lo spirito cistercense),che in poche ma ricche pagine riesce a rendere più agevole l’incontro con l’autore del De laude novae militiae.

I PRIMI TEMPLARI ALLE CROCIATE

14 marzo 2010

Giuseppe Ligato

di Giuseppe Ligato

Ogni tanto non guasta fare chiarezza nella conoscenza dei templari, insidiata dalla cattiva divulgazione: e senza scomodare le consuete frottole esoteriche, troviamo nei primi tempi della Gerusalemme all’indomani della prima crociata (1099) le condizioni che avrebbero portato, nel giro di una generazione, alla costituzione del Tempio come struttura monastico-militare. La partenza di molti crociati dopo la conquista della Città Santa e la debolezza demografica dei primi insediamenti cristiani e latini, avevano impoverito la difesa delle recenti conquiste e adesso imponevano la formazione di un nucleo permanente di combattenti, ben inquadrati, il cui equipaggiamento e addestramento fossero sottratti all’improvvisazione e alla penuria di risorse che avrebbero caratterizzato pure le crociate successive. Il nemico, infatti, disponeva di riserve pressoché illimitate e non aveva monti e mari da attraversare prima di far affluire rinforzi e rifornimenti sui campi di battaglia.

Fu così che i primi templari, guidati da Ugo de Payns (un monaco mancato, secondo una cronaca siriaca), si votarono intorno al 1120 alla difesa del Santo Sepolcro e dei pellegrini, i quali avevano bisogno di una scorta per l’ultimo tratto del cammino verso la Città Santa attraverso i monti della Giudea. A patrocinare e sostenere questi volontari fu soprattutto il patriarca latino di Gerusalemme, sotto la cui guida si formò una struttura articolata secondo tre specializzazioni: 1) i canonici della basilica del Santo Sepolcro, nelle cui mani si concentravano le copiosissime donazioni dall’intera Cristianità, avrebbero monopolizzato la liturgia e la distribuzione delle elemosine; 2) il primo nucleo del futuro Ordine dell’Ospedale di S. Giovanni, che avrebbe curato le opere assistenziali per i pellegrini; 3) i templari, specializzati nella difesa armata. I canonici del Templum Domini, dal canto loro, fornirono uno spazio nell’area del Tempio (l’attuale Spianata delle Moschee) affinché i templari potessero acquartierarvisi, superando le gravissime difficoltà iniziali segnate, più che dalla povertà, dalla miseria se è vero che questi uomini dovettero inizialmente accontentarsi degli avanzi della mensa degli ospitalieri e coprirsi con abiti usati. Ben presto, i templari mostrarono insofferenza per il controllo ecclesiastico e ottennero dal re di Gerusalemme Baldovino II efficaci pressioni affinché il priore dei canonici del Santo Sepolcro (un uomo del patriarca) rinunciasse a esercitare il proprio controllo su di essi. Lo stesso re assegnò loro il “Tempio di Salomone”, ossia l’ex-moschea di el-Aqsa, quale loro residenza.

Interno della Chiesa di San Bevignate a Perugia

Mancava ancora ai templari una veste giuridica e spirituale, e qui iniziarono i problemi. Il medioevo non amava le novità sociali e fissava una tripartizione dei ceti: le élites aristocratico-militari monopolizzavano la politica e la guerra, il clero pregava e accumulava la grazia divina per il funzionamento di tutto e i lavoratori producevano beni e servizi, una struttura non casualmente simile a quella che abbiamo descritto sopra e di cui i templari avrebbero dovuto costituire l’elemento più prestigioso sul piano militare. Infatti, essi non erano monaci-cavalieri (definizione mai esistita) bensì cavalieri con “qualcosa” dei monaci, in particolare i voti di povertà, castità e obbedienza. Ma per molti templari questa condizione costituiva motivo di perplessità, e buona parte del mondo intorno a loro non mancava di ricordarlo: che razza di uomini erano questi, che mescolavano preghiera e guerra? A parte la Bibbia nella quale i passi adattabili a una giustificazione della guerra non mancavano, restava il problema di una condizione ibrida, estranea alla netta separazione delle funzioni sociali: chi non lavora, può solo pregare o combattere. Ecco dunque qualche dubbio insinuarsi nelle coscienze dei primi volontari, accusati di essere una stranezza antievangelica; non per l’uso delle armi, ma per la fusione nelle stesse persone di violenza e vita consacrata, per quanto laica.

Occorreva pertanto “sdoganare” quella stranezza, e se incaricò lo stesso Ugo de Payns scrivendo ai propri uomini che le vie della vita cristiana sono varie e imprevedibili, che c’era una Cristianità orientale da difendere e che era troppo facile beneficiare di tale difesa criticando chi si impegnava personalmente nella medesima. Ma l’intervento più massiccio fu quello di san Bernardo, abate di Clairvaux e massimo pensatore dell’Europa coeva, un mistico pronto – se non altro per fedeltà al papato che aveva bandito la crociata – a occuparsi della delicata situazione dei templari:  nel proprio trattato Elogio della nuova cavalleria, Bernardo non risolse del tutto il problema dell’ambigua natura quasi-monastica di quei combattenti (al pari di Pietro il Venerabile abate di Cluny, l’altro gigante del monachesimo coevo), e preferì appoggiarsi a un tema già diffuso dal papato: la Terra Santa era la terra di Cristo, ma soprattutto i cavalieri chiamati a prendere l’abito templare erano spesso la feccia della società occidentale, uomini d’armi avidi e vanesi. Per costoro, la dannazione eterna (un pericolo al quale allora potevano prestare attenzione anche i predatori più scatenati) era evitabile solo uccidendo non tanto i nemici musulmani quanto il Male di cui quei  nemici erano portatori. Anche papa Onorio II, al momento di definire nel 1139 la qualifica e il ruolo sociale dei templari, si aggirò tra le varie definizioni senza riuscire a chiamarli “monaci”: per lui erano “guerrieri del Tempio”, una semplice societas, una “istituzione sacra”, una struttura fra il militare e il religioso. Più facile, anche per il pontefice, richiamarsi alla concezione dei templari quali cavalieri finalmente approdati al riscatto della propria anima attraverso la guerra santa.

Più prosaicamente, i templari formarono una struttura che, per quanto benedetta dal papato da cui si riconoscevano dipendenti, richiama più la Legione Straniera che una confraternita di penitenti: erano spesso vassalli ribelli, avventurieri, spiantati che cercavano nella Terra Santa una nuova vita, non solo spirituale. La loro determinazione in guerra era fuori discussione e riconosciuta dagli stessi nemici, per quanto contaminata da una volontà di “politica estera” indipendente da quella del re di Gerusalemme, con una diplomazia separata e con una volontà di dominio che attirò sull’Ordine nuove critiche: troppo ricco e spregiudicato, e persino capace provocare sconfitte con la propria irruenza tattico-strategica. Ma una scelta maggiormente improntata alla vita monastica avrebbe reso tecnicamente inservibile l’Ordine templare, e lo stesso san Bernardo scrisse che di monaci salmodianti era già pieno il mondo; diventare templari poteva essere allora un male minore, e nemmeno inutile.

Insomma, in un mondo che intuiva la necessità di trovare una nuova spiritualità laica si voleva indicare alla cavalleria una forma di vita cristiana di cui possedesse già i requisiti: la perizia bellica, ripulita mediante un voto di tipo monastico.

LA STORIA DEI TEMPLARI RACCONTATA A SAN BEVIGNATE

15 febbraio 2010

PERUGIA, Ex Chiesa di San Bevignate Via Enrico Dal Pozzo

Sabato 20 Febbraio  2010  – ore 17.00

La preistoria dei Templari: il contesto e gli uomini

Giuseppe Ligato Society for the Study of the Crusades and the Latin East

 

Sabato 27 Marzo 2010  – ore 17.00

La militia Christi templare nell’opera

di Bernardo di Clairvaux

Christian Grasso Centre Interuniversitaire d’Histoire et d’Archéologie Médiévales – Université Lumière Lyon 2

Sabato 17 Aprile 2010  – ore 17.00

La rivoluzione dei Templari

Simonetta Cerrini – Medievista

 Sabato 29 Maggio  2010  – ore 17.00

Il reclutamento dell’Ordine del Tempio

Alessandro Barbero – Università degli Studi del Piemonte Orientale

Martedì  29 Giugno 2010  – ore 17.30

Il papato e il processo ai Templari

Barbara Frale – Officiale dell’Archivio Segreto Vaticano

 INGRESSO LIBERO

Comune di Perugia – U.O. Attività Culturali, Museali e Giovanili

Tel. 075 5772416

E-mail: info.cultura@comune.perugia.it

I Templari a Perugia

30 gennaio 2010

l'esterno della Cappella del Sancta Sanctorum in Laterano ( notare le finestre ad oculo )

di Gianfranco Pirodda

Nel 1240 appare un primo documento che menziona un certo Frerus Bonvicinus, di probabile origine assisana, circa due anni dopo la concessione di San Giustino di Perugia alla milizia del Tempio. Il Frerus Bonvicinus di Perugia, fu nominato poi dal Papa suo cubiculario, ovvero capo della sua guardia del corpo nel Laterano a Roma. Il Precettore Bonvicinus gestì a lungo i beni del Tempio dell’Umbria e di altre zone come la Sardegna. Le proprietà templari della Precettoria perugina di San Giustino e San Girolamo comprendevano estesi domini che continuavano ad essere chiamate con l’antico nome di Massae. La Massa Arni era appunto uno di questi domini, che annoverava castelli, ville e chiese, oltre una trentina. L’insieme dei beni prima che Gregorio IX lo devolvesse ai Templari era di proprietà del Benedettini fin dal sec. XII. Benchè costituisse un solo enete ecclesiastico, la Precettoria di San Giustino e San Girolamo si articolava in due domus templari, distanti circa 12 km l’una dall’altra. San Giustino di Pilonico Paterno si trova in una pianura, situata fra il Tevere ed il Chiascio, non lontano dalla rotabile per Gubbio. San Girolamo sorgeva dove oggi esiste il San Bevignate, a due km circa ad est di Porta Sole di Perugia.

Gli insediamenti dei Templari a Perugia – dice Francesco Tommasi – non differivano granchè dalla degli stabilimenti templari  nelle città dell’Alta Italia, che erano di norma posti a levante o a amezzogiorno, fuori dalla cinta muraria. Tutto ciò rispondeva ad un preciso simbolismo, dove orientamento delle case verso Gerusalemme e missione dell’Ordine appaiono intimamente connessi.

Sveliamo ora il primo mistero. La costruzione delle sedi templari ad est ed a sud delle città era la conseguenza della imitazione di Gerusalemme, in modo che venisse rappresentata la città santa e poste le sedi del Tempio come erano collegate a Gerusalemme, dove appunto il Tempio di salomone era posto ad est ed a sud dell’antica città santa.

Il Tommasi non si spiega il perché nelle precettorie di San Girolamo e San Giustino talvolta erano presenti due Precettori e in altri tempi un solo precettore le governava entrambe. Le due precettorie umbre erano gemellate, perché questo era il sistema templare che funzionava come metodo organizzativo e quando la situazione economica lo imponeva il sistema funzionava con un solo centro. Ma quando l’abbondanza era presente il sistema si duplicava. Nella chiesa di San Bevignate a Perugia, molto conosciuta come chiesa dei Templari, appaiono appunto delle rosette a diverso simbolismo, che confermano questo segno come caratteristico dell’Ordine del Tempio. Queste forme sono legate all’inizio del cristianesimo e spesso si tratta di due rosoni con sei o otto raggi. Renè Guenon parla della rosetta a sei e a otto raggi nel suo testo più significativo (I Simboli della scienza sacra). La scintilla che ci ha fatto collegare i due oculi con le due rosette è scoccata quando abbiamo visto la forma di alcuni sarcofagi ebraici antichi, in cui appunto si vedevano due cerchi o rosette con fioriture di vario genere. Gli oculi che nelle chiese permettevano il passaggio della luce all’interno della chiesa in penombra probabilmente volevano rappresentare lo stesso simbolismo dei due cerchi scolpiti o disegnati nei sarcofagi protocristiani o ebraici. Il loro simbolismo esprime il concetto di due mondi con cui chi lascia questa vita si trova a contatto: il mondo materiale da cui sta uscendo e quello spirituale in cui sta entrando. L’aggiunta della Croce, come a San Bevignate, perfeziona il trittico dei simboli.

I Templari a Costacciaro e Monte Cucco

31 ottobre 2009

Euro Puletti


Commento sugli scritti di Euro Puletti (nella foto) appassionato e prestigioso ricercatore del mondo misterioso dei Templari

di Gianfranco Pirodda

Riprendiamo il commento con una serie di osservazioni sull’ insediamento templare nella zona di Monte Cucco e Costacciaro utilizzando i testi di Euro Puletti, appassionato ricercatore del mondo misterioso dei templari. Euro Puletti scrive: tra V e VI secolo, infatti, dalla Sardegna (forse dall’antico centro fenicio-punico e poi romano di Sulci, l’attuale Sant’Antioco, dove ci sono memorie del passaggio dei primi testimoni della nuova Fede) furono traslate a Gubbio le reliquie di alcuni santi martiri di Numidia,: quelle di Mariano (lettore) e Giacomo (diacono), che furono portate nella cattedrale, di cui divennero titolari; quelle di Emiliano, soldato martire e di una santa donna con due figli gemelli, martiri anch’essi, furono traslate in località Congiuntoli, dove, poi, forse su un preesistente luogo sacro pagano (il paganesimo considerò sempre le confluenze fluviali e torrentizie, così come il trivium stradale, anche esso presente in questo sito, luoghi sacri, perché fungenti da metafora oggettuale del concetto della “coincidentia oppositorum” la conciliazione delle manifestazioni e delle realtà antitetiche), fu edificato all’interno della diocesi di Nocera Umbra e nella parrocchia di Perticano l’eremo di cui parla Pier Damiani, e, in progresso di tempo, tra il principio del XIII e gli inizi del XIV secolo, l’attuale chiesa e complesso abbaziale. Solo la ricchezza di un Ordine Religioso Cavalleresco come quello dei Templari, che, lo ripeto, aveva una precettoria proprio nella vicinissima Perticano, poteva far fronte alle ingenti spese derivanti dalla costruzione del cenobio, e, soprattutto, della magnificente chiesa dagli altissimi archi a tutto sesto di stile romanico-gotico. Le linee sobrie ed essenziali di tale tempio cristiano, poi, ben si attagliano allo stile spoglio e purissimo che caratterizzò l’architettura sacra prediletta dai Templari, con 1’angolo retto come elemento costruttivo di base, che unicamente ingentilivano taluni fregi scultorei in corrispondenza di finestre e capitelli. Una croce greca, cui s’è poco sopra accennato, datata 1286, è murata sopra l’arco sestiacuto della finestra della navata laterale della chiesa, che guarda verso il retrospetto del medesimo edificio. Non appare per nulla casuale il fatto che l’ambiziosissimo progetto della chiesa rimanesse incompiuto per probabile, improvvisa mancanza di mezzi finanziari, proprio al tempo della soppressione dell’Ordine dei Cavalieri del Tempio di Gerusalemme, decretata nell’anno 1312. Venuti a mancare i denari dei Templari, ma, probabilmente, anche la volontà (da parte dei loro acerrimi detrattori ed avversari) di portare avanti il progetto (dall’Ordine religioso-cavalleresco elaborato e già parzialmente realizzato), la chiesa abbaziale dovette essere lasciata mutila e incompiuta. L’ipotesi secondo cui la chiesa e l’abbazia di Sant’Emiliano furono erette e “gestite” dai Templari potrebbe chiarire anche la ragione della scarsità dei suoi documenti, che, come tutto ciò che riguardava i Templari (epigrafi, croci, monete, pergamene, precettorie, domus, magioni e quant’altro) dovettero andare incontro alla distruzione fisica e ad una sorta di “damnatio memoriae” di romana memoria. L’Abbazia, sorgendo su di una posizione davvero strategica, fu fortificata tra i secoli XIV e XV, con il nuovo nome di Palatium Sancti Miliani o Castri Sancti Miliani. In Sardegna numerose sono le chiese dedicate a Sant’Emiliano o a San Gemiliano o San Mamiliano. Tra queste spesso si fa una gran confusione. Tutti questi santi spesso sono denominati nella parlata locale Santu Millanu, più o meno come il Palatium Sancti Milani che abbiamo appena citato. Ma, mentre Sant’Emiliano ha una storia diversa, San Mamiliano era ricordato come santo che aveva creato la comunità monastica di Montecristo, che aveva delle dipendenze in Corsica e in Sardegna, dedicate a Santu millanu, a S. Gregorio, a Sant’Elia ed ad altri santi diversi. Abbiamo trovato che alcune chiese di Santu Millanu in Sardegna ricadono in zone di influenza o di presenza dei Templari, (come Santu Millanu in Sestu, San Gemiliano presso Cagliari). Sarebbe successo che Montecristo, abitato da frati ribelli al Pontefice, sarebbe stato assegnato dal papa ai Camaldolesi, poi ai Cistercensi ed infine ai Templari, nella ricerca di un loro controllo adeguato. Questa serie di cambiamenti si può notare in alcuni documenti, segnalati da Bianca Capone, relativi alla famosa Abbazia del Ponte presso Vulci, dove appunto il castello viene occupato in successione dai tre ordini (benedettini, cistercensi, e Templari). E per il terzo ordine un documento pubblicato da Fulvio Bramato ci indica come castellano del Castello dell’Abbazia del Ponte un Templare, un certo frate Paolo. Tutto ciò non può che confermare ciò che ha scritto Euro Puletti per l’abbazia o Palatium Sancti Miliani del Monte Cucco.

I Templari a Costacciaro e Monte Cucco

31 ottobre 2009
acquasantiera nella chiesa di san francesco a costacciaro, ritrovata a seguito della demolizione di una parete. fotografia di francesco la rosa

acquasantiera con segni templari nella chiesa di san francesco a costacciaro, ritrovata a seguito della demolizione di una parete.  foto di francesco la rosa


Commento sugli scritti di Euro Puletti appassionato e prestigioso ricercatore del mondo misterioso dei Templari

di Gianfranco Pirodda

 

Aabbiamo dato ,  una lettura delle immagini presenti nella chiesa di San Francesco di Costacciaro, che conferma pienamente dai simboli riscontrati, che si trattò certamente di una chiesa dei Templari, passata poi ai francescani. la segnalazione arriva  da Euro Puletti, un appassionato ricercatore del mondo misterioso dei Templari, di cui possediamo alcuni testi, alcuni dei quali si riferiscono alla presenza dei Templari sul Monte Cucco. Ci è sembrato quindi utile per gli appassionati umbri aggiungere qualcosa a quanto già scritto per la chiesa di San Francesco di Costacciaro, inquadrando l’insediamento con una serie di osservazioni sulla zona citata. Il Monte Cucco, che sorge nella provincia di Perugia tra i comuni di Gubbio e Fabriano, che non è più Umbria, fu caratterizzato dalla forte presenza dell’Ordine del Tempio, di cui conosciamo già l’insediamento di Sigillo, dove sono state trovate delle pietre segnate con la Croce patente dei Templari. L’ultimo Gran Precettore Templare per l’Italia si chiamava Iacopo di Montecucco e, nonostante altri ritengano fosse nativo del Piemonte (esiste un Moncucco piemontese), noi invece riteniamo potesse provenire appunto dal Monte Cucco umbro, ricchissimo di presenze templari. Euro Puletti scrive che presso Purello, località vicina a Borghetto e poco più a meridione di Sigillo “alla fine del secolo X, in una località imprecisata, compresa tra Purello (Villa Sancti Apollinaris) e Villa Scirca (Sirca) si ergeva un castello di fondazione altomedievale, passato alla storia con il nome di Ghelfone. E’ assai probabile che esso fosse di proprietà dell’antichissima ed illustre famiglia nobiliare De Guelfonibus, Guelfoni o Ghelfoni, signori di Costacciaro e Colmollaro, dalla quale il maniero potrebbe aver mutuato anche la propria specifica denominazione. E’ altresì possibile che quest’antichissimo castello, di cui si è completamente perduta la memoria storica, possa essere identificato con gli imponenti resti di mura che sorgono, ad oriente del paese Villa Scirca, sopra altrettante alture, il Poggio de le Salare ed il Poggio degli Ortacci, facenti entrambi parte del monte Sassubaldo. In quest’area doveva, infatti, sorgere un castello assai vetusto, Castelvecchio, ricordato ormai più solo dal nome di un’abitazione del paese. I Templari erano altresì insediati poco aldilà dell’attuale confine tra Monte Cucco e Sassoferrato, nei siti di Perticano e Casalvento, dove sorgono ancora oggi i centri di San Felice e poco più a sud di San Nicolò. Euro Puletti, riferendosi ad un insediamento militare a Pascelupo, che sta in Umbria di fronte ai luoghi citati di Perticano e Casalvento, afferma che: “Non sembra affatto casuale la circostanza secondo la quale il presidio militare di Pascelupo comincia ad apparire citato in documenti scritti solo poco dopo la soppressione dell’Ordine Templare. Si è, infatti, portati a pensare che, prima di tale data, i Templari di Perticano e Casalvento, e forse dello stesso San Girolamo, fossero ancora intenti a fortificare tali luoghi confinali… “. Noi aggiungiamo che la presenza dei siti Templari che si rivela dopo lo scioglimento dell’Ordine del Tempio dipende spesso dal fatto che quei luoghi, prima templari, cominciano ad essere tassati, e quindi risultano nei relativi elenchi perché devono pagare le imposte allo Stato e le decime alla Chiesa, mentre come Templari ne erano esenti. “Persino le testimonianze storico-documentarie certe della presenza di uno stanziamento eremitico a San Girolamo risalgono al periodo immediatamente successivo alla soppressione dell’Ordine dei Templari. Come si è sopra accennato, soltanto un potente e ricco ordine militare, politico e religioso, come quello dei Templari, poteva avere i mezzi finanziari per erigere tra il XII ed il XIV secolo le imponenti strutture dell’eremo primitivo, o medioevale, o pregiustinianeo che dir si voglia. Un presidio militare di carattere unicamente secolare non spiegherebbe, infatti, la necessità della costruzione di un sacello. Il cabreo, che si conserva nell’archivio di Sassoferrato, mostra come l’Ordine religioso-cavalleresco degli Ospitalieri di San Giovanni che in Italia ereditò i possedimenti e molte delle tradizioni dei Templari possedesse talune proprietà a Perticano e nei suoi dintorni. Una croce, scolpita in bassorilievo sulla viva roccia dell’eremo, sembrerebbe, inoltre, essere di apparente tipologia templare.” Il Puletti aggiunge: “Risulta significativa, in questo contesto, la vicina presenza dell’importante e grandiosa abbazia di Sant’Emiliano e Bartolomeo Apostolo in Congiùntoli, eretta originariamente per custodire le reliquie del soldato martire Emiliano e di una santa donna con due figli gemelli”. In effetti il Puletti non precisa il perché egli consideri significativa la vicinanza dell’abbazia di Sant’Emiliano, ma noi aggiungiamo qualche altra considerazione che ci risulta per gli studi fatti in Sardegna e dei quali vi daremo conto nel prossimo articolo.

 

 

Le Tavole Eugubine

17 ottobre 2009
le tavole eugubine

le tavole eugubine

di Piero Calmanti

Le tavole di Gubbio sono, a parere di Giacomo Devoto, il più importante testo rituale di tutta l’antichità classica. Non esiste nulla di simile né in lingua latina né in lingua greca. Contengono la descrizione dei riti religiosi che in occasione delle feste, le “Bimestrali” e le “Cereali”, dovevano essere eseguiti con un particolare cerimoniale.

Accanto all’interesse storico-religioso, esse hanno un notevole interesse linguistico, in quanto documento fondamentale della lingua degli antichi Umbri, che ha subito ed esercitato influenze non trascurabili nei confronti del latino.

Sono sette: quattro scritte in un alfabeto di derivazione etrusca e tre in alfabeto latino adattato alle esigenze della lingua umbra. La differenza di alfabeto corrisponde ai due momenti essenziali della storia di Gubbio, come del resto di qualsiasi altra città-stato dell’Italia centrale: un primo periodo di inserimento nella cultura etrusca seguito dal coinvolgimento nel modello romano. Circa il loro ritrovamento, le notizie non sono concordi.

Secondo un anonimo cronista del XVII secolo sarebbero state trovate vicino alla chiesa di San Francesco, a Gubbio; secondo altri, in un sotterraneo vicino al Teatro Romano. Altri infine sostengono che siano state rinvenute a Scheggia, paesino a pochi chilometri da Gubbio, nelle vicinanze di un tempietto dedicato a Giove Appennino.

Anche l’anno del loro ritrovamento rimane avvolto nel mistero. Esiste un solo documento inconfutabile: dall’atto notarile “Emptio certarum tabularum eburnearum facta per Comune a Paolo Sclavo”, apprendiamo che furono cedute al Comune di Gubbio da un non meglio identificato Paulus Greghori il 25 agosto del 1456.

In cambio di queste tavole di bronzo, considerate come oggetto di pregio e nulla più, il Comune di Gubbio gli cedeva per due anni i proventi delle “Gabelle sui Monti e sui Pascoli” ( circa quaranta fiorini d’oro ) con inizio 1° gennaio del 1457. Durante il Rinascimento ebbe inizio lo studio sistematico di queste eccezionali epigrafi.

Nel 1530 furono riprodotte in un’unica copia con impressione manuale

Neo 1718 il Vescovo di Gubbio, Fabio Monciforti, ebbe il permesso di riprodurre con pressa meccanica alcune copie che divennero oggetto di studio di specialisti ed appassionati. La prima edizione completa fu quella di Tommaso Dempster in appendice al suo libro  “De Etruria Regali”, scritto fra il 1616 ed il 1619.

La maggiore difficoltà incontrata dagli studiosi è stata quella dell’alfabeto.

Era convinzione generale che si trattasse di un documento in lingua etrusca. Il primo ad intuire, senza darne dimostrazione, che le Tavole erano scritte in lingua “Gubina” antica fu l’abate G.B. Passeri nel 1723. Nel 1828, ad opera di Carlo Ottofredo Muller, la lingua degli Umbri ebbe la sua definizione ortografica. Da allora lunghissimo è l’elenco degli studiosi che si sono interessati all’interpretazione delle Tavole.

Ci limitiamo a ricordare, fra i più noti, Pallottino, Devoto, Moscati, Newman; Robert. Recenti diatribe e querelle fra specialisti indicano che le Tavole non hanno ancora finito di stupirci; su di loro permane un alone di mistero che ci riporta di istinto agli Etruschi dai quali, non a caso, traggono origine.